Orgosolo, i Murales e “Sa Candelaria”

Orgosolo , paese della Sardegna con circa 4500 abitanti, deriva il suo nome dal greco orgàs terreno fertile e ricco d’acque. Piccolo centro della Barbagia che sorge ai piedi del Monte Lisorgoni, a 18 km da Nuoro.

Caratteristiche di Orgosolo: Natura e Murales

Murales per le vie di Orgosolo, Sardegna
Murales per le vie di Orgosolo, Sardegna

Paese caratteristico della zona interna con vie strette e ripide ove sorgono, addossate l’una all’altra, case in granito quasi sempre ad un piano, con piccoli cortili interni. Nelle facciate delle case si possono ammirare i famosi murales che trattano tematiche a sfondo politico sociale esprimendo il malessere, l’isolamento dei paesi dell’interno, la protesta sociale verso la Regione e lo Stato.

Murale ad Orgosolo, Sardegna
Murale ad Orgosolo, Sardegna

I murales sono, insieme alla natura, gli elementi di maggior attrazione per i visitatori.

Orgosolo è circondato da una natura incontaminata, tra le più suggestive dell’isola. Il Supramonte di Orgosolo offre un paesaggio vasto e vario; si passa da boschi secolari di lecci, tassi, aceri, ginepri, roverelle, macchie di eriche, a valloni, rocce, aspri dirupi e vaste praterie. Nelle zone più alte abbonda il timo e il rosmarino. Qui crescono rare specie botaniche quali il ribes sandaliotico, l’aquilegia, il sorbo montano, la ginestra etnense e la splendida peonia selvatica. Tra la fauna si segnalano aquile, l’avvoltoio monaco, grifoni, falchi che nidificano nelle pareti rocciose, qualche esemplare di muflone, gatti selvatici, cinghiali, volpi, martore, donnole e qualche ghiro.

I murales di Orgosolo in Sardegna
I murales di Orgosolo in Sardegna

Il villaggio è citato nella metà del XIV sec. tra le parrocchie della diocesi di Suelli che versavano le decime alla curia romana. Appartenne alla curatoria dei Dore. Inoltre anche i suoi rappresentanti nel 1388 firmarono la pace tra Eleonora d’Arborea e Giovanni d’Aragona. Numerosi gli edifici religiosi: la chiesa parrocchiale di S.Pietro, costruita nel XIV secolo ma che si presenta oggi nei rimaneggiamenti subiti nel XVIII sec. e l’Oratorio di Santa Croce al cui interno è custodito un crocifisso ligneo del 1600.

Sa Vardia: La corsa equestre in occasione della festa della Beata Vergine Assunta

Sa Vardia di Orgosolo - Folklore Sardegna, Festa Beata Vergine Assunta Orgosolo Sardegna
Sa Vardia di Orgosolo – Folklore Sardegna

Particolare attenzione merita la festa della Beata Vergine Assunta, edificata nel 1634 la cui festa dal 13 al 18 agosto attira numerosi turisti per seguire la suggestiva e molto sentita processione notturna in costume e la spericolata corsa equestre detta Sa Vardia. Per l’occasione si aprono le cumbessias che circondano la chiesa della Beata Vergine Assunta, si organizzano balli e canti sardi.

Gastronomia ed Economia nella zona di Orgosolo

Ricca e genuina la gastronomia locale: il pane carasau, su pani modde, il miele, i formaggi, i salumi, gli arrosti, il torrone, gli ottimi dolci quali s’aranzada, i papassini le urillettas ( treccioline di pasta fritte), il vino Vermentino e il Cannonau, il mirto.

L’economia si fonda sulla pastorizia e l’agricoltura (uliveti e vigneti) l’attività di forestazione e, di recente ha assunto importanza crescente il turismo grazie alle bellezze naturali del territorio orgolese compreso Parco del Gennargentu.

Il vestito sardo di Orgosolo
Vestito Sardo di Orgosolo, Sardegna
Vestito Sardo di Orgosolo

Bellissimo il costume locale femminile, in seta e broccato, ricco di ricami ornamentali geometrici a colori vivaci fatto con la seta prodotta ad Orgosolo. C’è, infatti, una famiglia che si dedica ancora alla coltivazione della pianta del gelso e alla lavorazione della seta: il copricapo su lionzu è poi colorato con lo zafferano. Il popolo di Orgosolo è gente fiera e orgogliosa, intelligente, rispettosa dei tesori naturali e spirituali della propria terra, conserva le antiche tradizioni tra cui quella de Sa Candelaria.

Sa Candelaria
Orgosoloso, Sa Candelaria, Sardegna
Orgosoloso, Sa Candelaria

Nella mattina del 31 dicembre, per le strade e le viuzze di orgosolo è un continuo via vai di bambini che di casa in casa chiedono “Sa Candelaria“. Tutti gli usci sono aperti indistintamente per ogni bambino, che riceverà su coccone (il pane preparato appositamente), assieme a frutta, biscotti e una somma di denaro più o meno consistente, a seconda del grado di parentela intercorrente fra chi chiede e la donna che offre la Candelaria.

Fino a mezzogiorno l’allegra richiesta: “A no-l-la dazes sa candelaria?” (ci date la candelaria?) segna piacevolmente la tranquillità mattutina.

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Sa Candelaria, Orgosolo
Sa Candelaria, Orgosolo

alle case si vedono entrare e uscire bambini e bambine a gruppi di due o tre, rossi in viso e ansanti per la fatica di dover trasportare il sacchetto di tela bianca colmo di lecornie, che via via si fa più pesante, e se i più grandi procedono di fretta per riuscire a realizzare il maggior numero di carichi possibili, fa tenerezza vedere i piccini sbandare sotto il peso del sacchetto semipieno, con l’aria smarrita di chi non sa dove sono le “piazze migliori”, dove potranno ricevere più dolci, coccones e soldi. Se prima, quando il paese era meno esteso con un minor numero di abitanti alcuni riuscivano a entrare nella quasi totalità delle case, oggi si riesce a percorrere un numero limitato di rioni, anche se quando il sacchetto è pieno, i bambini provvedono a scaricare il tutto a casa di pomeriggio. La candelaria ha una continuazione nelle ore notturne, quando gruppi più o meno numerosi di giovani e adulti si recano a casa degli sposi che nell’anno morente hanno celebrato il matrimonio. All’ingresso delle abitazioni ogni comitiva intona canti augurali per un buon principio dell’anno e perché la coppia possa avere quanto prima uno o più figli e richiedere anche su coccone per amore del bambino Gesù. Dopo il canto ci si accomoda nel salotto degli sposi che, in cambio degli auguri offrono dolci e liquori. L’andirivieni dei gruppi si protrarrà fino alle prime ore del mattino successivo.

L’origine di questa tradizione si perde nei tempi passati, si sa solamente che nel secolo scorso da parte delle famiglie benestanti (in verità poche) del paese veniva effetuata una distribuzione di coccones, lardo, salsicce, ricotta a tutti quelli che bussavano alle loro porte. La questua si svolgeva la notte perché non ci fosse la possibilità di essere riconosciuti, i questuanti, non solo di Orgosolo, ma anche dei centri vicini, erano ricoperti da berretti e da sas peddes se uomini o da scialli se donne. Circa l’etimologia del nome si può pensare alla metatesi di Kandelaria, feste dell’inizio dell’anno a Roma antica. Il rito del candelario (dono delle calende di gennaio) è documentato nei centri (Gavoi, Olzai) e trova analogia con quelli di su pane e binu a Oliena e de su mortu-mortu a Nuoro per la festa di Ognissanti e collegamenti con le questue di Hallowen nel medesimo periodo. Il 16 e il 17 gennaio si ripete per S. Antonio Abate il culto pagano del fuoco: si gusta il dolce preparato per l’occasione “su pistiddi” a base di pasta sfoglia con semola e miele. Merita certamente una visita la casa natale della martire orgolese Antonia Mesina che riposa nella cripta della chiesa del SS. Salvatore. La festa in suo onore si celebra il 17 maggio, giorno del suo martirio, nelle campagne fuori dal paese. La prima domenica di giugno si festeggiano Sant’Egidio e Sant’Anania nella chiesa campestre (XVI /XVIII sec.), che sorge nel luogo ove i due santi furono martirizzati.

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Portoscuso e la Tonnara di Su Pramu

Portoscuso, paese di circa 5000 abitanti è conosciuto come località turistica e balneare ma soprattutto per la tonnara, dove ogni anno nel mese di maggio si ripete il rito della mattanza, cioè della cattura dei tonni con metodi tradizionali al largo di Capo Altano.

La Tonnara rimane in pesca da aprile fino a giugno inoltrato quando, nella chiesetta di Su Pranu, si celebra una messa solenne in onore di Sant’Antonio, patrono della tonnara, e susseguente distribuzione di tonno, cucinato secondo le tradizioni locali.

Torre di Portoscuso, Sardegna
Portoscuso, Sardegna

Nel centro abitato di Portoscuso, molto interessante è la villa “Su Marchesu”, costruita nel 1912 dal marchese Pes di Villamaria, per la presenza, nel giardino, di alcune piante esotiche.

Percorrendo il lungomare Cristoforo Colombo si trovano alberghi, ristoranti, luoghi di ristoro, e un moderno porto turistico, dotato di tutti i servizi, che può ospitare circa 400 imbarcazioni. Il mare si estende da punta de S’alliga a Guareneddu, con le coste rocciose e frastagliate che si alternano a spiagge di finissima sabbia quali Is Canneddas, sa Caletta e Portupaleddu.

Mare di Portoscuso, Sardegna
Mare di Portoscuso, Sardegna

La purezza delle acque e la varietà delle coste favoriscono la presenza di vari e preziosi esemplari endemici di flora e fauna, mentre nell’entroterra è facile osservare il falco comune, il falco pellegrino, la poiana, la pernice, tortore, storni e quaglie.

La cucina di Portoscuso è prevalentemente a base di pesce con una particolare attenzione per il tonno che viene proposto in tantissimi modi e in prelibate ricette.

La Tonnara di Su Pramu

Dalla seconda metà di aprile fino a giugno inoltrato, Portoscuso vive un evento unico e raro al Mondo che vede il suo epicentro nella tonnara.

Vecchia Tonnara diPortoscuso, Sardegna
Vecchia Tonnara diPortoscuso, Sardegna

A partire dal mese di aprile infatti, i pescatori noti come “tonnarotti”, si occupano con cura della riparazione delle barche e delle reti preparando quanto necessario per la cattura dei tonni.

Grazie a un gruppo di imbarcazione e ad una spessa rete divisa in scomparti o “camere”, i tonni raggiungono in mezzo al mare, la cosiddetta “camera della morte”.

Si tratta della parte finale delle reti che, sollevata dai pescatori, consente di pescare a pelo d’acqua i grandi tonni che non di rado superano i cinquecento chilogrammi di peso.

Portoscuso, Tonnara di Su Pramu
Portoscuso, Tonnara di Su Pramu

Per realizzare Su Pranu , la tonnara di Portoscuso che esercita un fascino irresistibile sui visitatori, si interessò personalmente il re di Spagna Filippo II che nel XVI secolo rimase colpito dai numerosi banchi di tonni nel mare di Portoscuso.

La tonnara di Su Pranu era una fortezza autonoma munita di tutto ciò che doveva renderla indipendente dall’esterno. Infatti era fornita di:

  • un forno, un magazzino per la conservazione della farina, dei cereali, dell’olio e del vino;
  • officine per la costruzione dei chiodi e della ferramenta, per la riparazione degli attrezzi della pesca e degli arnesi per la filatura delle funi.
Tonnara di Su Pramu, Portoscuso, Sardegna
Tonnara di Su Pramu, Portoscuso, Sardegna

Vi era il palazzotto e le relative abitazioni dei tonnaroti, “is baraccas”.

In difesa della tonnara dalle incursioni barbaresche venne costruita la cinquecentesca torre spagnola in scura pietra rachitica, come punto di avvistamento.

Fuori dal perimetro della tonnara fu edificata la chiesa dedicata alla Madonna d’Itria, patrona di Portoscuso, risalente al 1655.

Ricostruita negli anni ’50, all’interno conserva due dipinti del 1600 ed alcuni pregevoli simulacri lignei.

Portoscuso e la Tonnara di Su Pramu
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Pastori Sardi con mille pecore a Cascia in Umbria: Sa Paradura, donazione di capi a chi ha perso il gregge

‘Sa Paradura’, straordinario gesto di solidarietà dei pastori sardi che hanno donato 1000 pecore ai loro colleghi terremotati della Valnerina.

1 Aprile 2017 – In Sardegna la tradizione della “sa paradura” vuole che, quando un pastore è in difficoltà, gli altri donino una pecora a testa per ricompattare il gregge. Così i pastori sardi hanno regalato 1000 pecore agli agricoltori terremotati del Centro-Italia.

Sa paradura: Cascia, nel centro Italia, in festa per le mille pecore dalla Sardegna donate dai pastori sardi

Qui Olbia – Sa Paradura dei Pastori Sardi

Mille Pecore dai Pastori Sardi ai Pastori dell'Umbria Sa Paradura Sardegna
Mille Pecore dai Pastori Sardi ai Pastori dell’Umbria Sa Paradura Sardegna

La solidarietà dei pastori sardi varca i confini del Tirreno, parte da Olbia in Sardegna e abbraccia i pastori terremotati di Cascia, ai quali domenica 2 aprile saranno donate mille pecore e tanto affetto. Il mutuo soccorso dei pastori, “sa paradura“, questa volta ha trovato alleati in tante associazioni, imprese ed enti pubblici.

Cos’è Sa Paradura

Si tratta di un gesto di solidarietà comunitaria del mondo pastorale che vedeva mobilitati i pastori ogni qualvolta un collega per calamità naturali o per i più svariati motivi perdeva il suo gregge. L’intervento sociale dei confinanti e degli amici con la donazione di una pecora ciascuno, gli dava la possibilità di ricominciare.

Da chi nasce questa iniziativa dei Pastori Sardi verso i Colleghi Umbri
Sa Paradura: Mille Pecore sarde in Umbria
Sa Paradura: Mille Pecore sarde in Umbria

L’iniziativa nata da un’idea da Gigi Sanna pastore e leader del gruppo musicale Istentales è stata subito sposata dalla sua organizzazione, Coldiretti Sardegna insieme ai pastori e altri sui soci: la cantina Silattari e l’azienda agricola Monreale, oltre alla sezione sarda della Prociv Italia e alla Cassis (Corpo di soccorso ausiliario internazionale San Silvestro). A loro si sono uniti tantissimi altri enti, associazioni e imprese. A cominciare dall’Agenzia Agris che ha ospitato e accudito le pecore arrivate da ogni angolo della Sardegna nel proprio centro a Bonassai.

La necessità di aiuto a causa del sisma che ha colpito l’Italia centrale

Il sisma che ha colpito l’Italia centrale ha causato anche una strage di animali e tantissimi disagi per gli allevatori. Da qui l’iniziativa de “sa paradura” per portare a Cascia mille pecore e donarle ai pastori. Un piccolo gesto di solidarietà per mostrare la vicinanza del mondo pastorale sardo ai colleghi. L’iniziativa ha trovato la risposta e l’adesione di oltre 600 pastori di circa 150 Comuni.

Qui Cascia -L’arrivo dei Pastori Sardi e delle loro Mille pecore a Cascia in Umbria

Dalla Sardegna MIlle Pecore ai Pastori dell'Umbria
Dalla Sardegna MIlle Pecore ai Pastori dell’Umbria

Folclore, festa,promozione del territorio ma soprattutto solidarietà: c’è tutto questa nella Fiera del capo lanuto di Cascia e nella Sa Paradura che da ieri sta legando la Sardegna all’Umbria. Un evento da non perdere, iniziato ieri mattina con l’apertura degli stand a piazzale Papa Leone XIII e culminato con l’arrivo – emozionante – dei tre tir che dalla Sardegna hanno trasportato fino in Umbria  ed alla città di Santa Rita le mille pecore che i pastori sardi hanno voluto donare a quelli casciani. Un atto di solidarietà concreto – che nella tradizione sarda corrisponde alla pratica della Sa Paradura – verso le popolazioni colpite dal terremoto.

Il dono del Maxigregge

Il dono del maxigregge – spiega in una nota Coldiretti – è stato possibile grazie ad una operazione logistica organizzativa senza precedenti coordinata dalla Coldiretti con l’arrivo di pecore da tutta la Sardegna, accolte in Umbria dal presidente e dal direttore della Coldiretti regionale, Albano Agabiti e Diego Furia.

Un gesto di solidarietà che acquisisce ancora maggiore valore se si considera che tantissimi pastori si sono privati di parte del proprio gregge nonostante la drammatica situazione di crisi che sta vivendo l’allevamento in Sardegna dove si trova il 40% delle pecore italiane.

Pastori Sardi con mille pecore a Cascia in Umbria: Sa Paradura, donazione di capi a chi ha perso il gregge
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Il Costume Tradizionale Sardo

In questa sezione trovi notizie su alcuni dei meravigliosi costumi tradizionali Sardi. Purtroppo non possiamo elencarli tutti ma vorremmo aggiungerne di nuovi se credete che questa parte del sito non renda giustizia al costume del vostro paese o città e volete aggiungere informazioni o foto contattateci saremo ben lieti di accontentarvi.

Il costume Sardo: introduzione

Vestito Tradizionale Sardo
Vestito Tradizionale Sardo

Il costume della Sardegna non è casuale od un oggetto di lusso da indossare nei giorni di festa, ma è l’abitudine quotidiana di un popolo che ha tramandato di generazione in generazione la sua caratteristica espressione di un antico modo di abbigliarsi. Erano soprattutto le donne con i vecchi a portare quotidianamente il costume, fossero modesti lavoratori o persone che vivevano nell’agiatezza.

Il costume sardo è indubbiamente la manifestazione folkloristica meridionale dove più trovansi tracce sicure di una civiltà schiettamente mediterranea.

Nella maggior parte dei costumi, le donne sovrappongono alle vesti il grembiule, che pur non essendo sempre di fattura antica, ripropone un’usanza antichissima di tutti i tempi e di tutti i popoli. I modelli più singolari appartengono ai costumi di Nuoro e di Orgosolo; in questi i disegni più strani e curiosi si alternano con note di colore fatte sbocciare sulla stoffa con abile accorgimento.

Vestito Sardo di Orgosolo, Sardegna
Vestito Sardo di Orgosolo

I costumi della Sardegna sono in genere molto colorati, impreziositi da ricami e da gioielli di ispirazione ispano-moresca, spesso anche in contrasto con la povertà dei paesi d’origine. assai diversi l’uno dall’altro per vari elementi caratteristici, i costumi hanno motivi ricorrenti.

Nei costumi femminili il capo è coperto da un velo, una cuffia o uno scialle, le gonne sono lunghe e plissettate, mentre per quanto riguarda il grembiule è solitamente ricamato.

Vestito Sardo di Desulo, Sardegna
Vestito Sardo di Desulo, Sardegna

Più tipico è singolare per la sua fissità è il costume maschile, che era indossato in tutte le stagioni, il quale è composto di pochi elementi aventi indubbiamente fra di loro una comune origine. Vissuti da secoli nella consuetudine agreste od in quella pastorale, gli uomini hanno tramandato quel costume nel quale nulla è superfluo, adattandosi ai bisogni, allo spirito di conservazione ed alla difesa personale che l’ambiente suggeriva. Accanto agli indumenti di pelle di agnello, più o meno trapunti di ricami, ed a quella specie di giustacuore di cuoio, senza maniche, stretto al busto con cinture di pelle, il costume maschile comprendeva i calzari di orbace, le larghe brache di tela bianca, il corpetto nero o scarlato adorno di doppi bottoni di argento, la gabbanella o corta giacca, anchessa nera munita di capuccio, la mastrucca ed il berretto frigio (“sa berritta”).

Costume Tradizionale di Oristano, Sardegna
Costume Tradizionale di Oristano, Sardegna

Il costume maschile, pittoresco nel contrasto delle sue forti tonalità, è segnatamente caratterizzato da una camicia, finemente ricamata, ad ampie maniche, munita di un alto colletto inamidato, anchesso tutto cosparso di ricami, aperto davanti, ma tanto ampio da rendere i movimenti del collo un pò impacciati.

L’assortimento dei costumi della Sardegna, il più vasto dell’area mediterranea, è dovuto alla difficoltà di comunicazione del passato, che ha impedito la mistione degli abiti. Le sagre di ringraziamento ai santi hanno poi costituito occasioni di incontro tra i paesi dell’isola presenti agli appuntamenti periodici nei loro costumi tradizionali contribuendo in tal modo alla loro conservazione.

Comunque i costumi che vediamo sfilare oggi non sono modelli molto antichi, molti abiti sono andati perduti per l’usanza di tumulare i propri cari con l’abito della festa. L’Ottocento è il secolo in cui i popolari vestiti sardi iniziano ad assumere la specifica fisionomia. In questo secolo, molti stranieri, nei loro appunti di viaggio, ci forniscono un patrimonio iconografico che unito alle pitture dei sardi Enrico Costa e Simone Manca ci permettono di ricostruire le antiche vestiture tradizionali .

Al costume sardo sono strettamente legati i gioielli (collane, catene, ciondoli, amuleti, ecc) che le donne sarde conservano con religiosità e si tramandano di generazione in generazione come fossero cose più sacre che preziose.

Costumi Sardi Manca

Il 6 giugno 1862 Sassari accoglieva festante i Principi Umberto e Amedeo di Savoia che <>.

Questa sosta – a distanza di un anno dalla proclamazione del Regno d’Italia – non fu certo priva di significato politico, quasi a confermare, come scrive un cronista dell’epoca, che la <>.

Le tre giornate trascorse dai Principi a Sassari sono riassunte da Enrico Costa, con un certo distacco e con la tipica sua fedeltà di cronista attento e preciso, nella sua opera <>.

Costume tipico della zona da Sassari, Sardegna
Costume tipico della zona da Sassari, Sardegna

Era Sindaco della Città Don Simone Manca di Mores, uomo colto ed amabile appartenente ad una delle più illustri ed antiche casate della Sardegna, che fece da par suo, gli onori di casa nel ricevere i due giovani Principi.

Tra l'<>, che faceva ala al corteo, spiccavano i caratteristici costumi dei membri dei gremi – antiche corporazioni artigiane – e quelli non meno pittoreschi degli abitanti dei paesi circonvicini. L’originalità degli abbigliamenti, specie femminili, e la fantasmagoria dei colori non fuggì al principe ereditario.

Egli, come ebbe a ricordare poi lo stesso Sindaco, ne restò così conquistato che si <> e Don Simone aggiunse che <>.

Vestito di Desulo, Sardegna
Vestito di Desulo, Sardegna

Alla promessa, rispose inviando un Album di stupendi acquerelli, oggetto di questo nostro nuovo contributo alla ricerca, allo studio e alla diffusione delle fonti dell’iconografia dell’Isola.

La presentazione premessa ai dipinti, non reca la data; al contrario i singoli acquerelli sono tutti datati tra gli anni 1869 e 1876.
Questi acquerelli sono dunque anteriori a quelli compresi nell’Album dedicato alla Figlia Luigia, intitolato <> pubblicati con il titolo <>.

La raccolta fu inviata al Principe con ogni probabilità entro l’anno 1876 e cioè ben quattordici anni dopo la sua sua visita a Sassari e Don Simone Manca si scusa del ritardo scrivendo, nella sua presentazione, che, <>.

Se lungo fu l’indugio, l’opera raggiunse pienamente, per i suoi pregi, gli itenti che la ispirarono.

Sull’arte di acquerellista di Simone Manca è significativo il giudizio dell’illustre storico dell’arte Valerio Mariani, il quale – nella disamina quell’altro insieme assai più numeroso di acquerelli del nostro Autore, riguardanti lo stesso tema, riuniti nell’Album per la Figlia – afferma che dobbiamo <> della sua terra.

Ed invero, anche i sedici aquerelli che compongono questa Raccolta, lasciano ammirati per la bellezza delle immagini e la raffinata scelta dei soggetti, per la felice ambientazione, per l’incisiva accuratezza del disegno – che nella riproduzione dei costumi raggiunge la perfezione della miniatura – e per l’assiduo impegno nell’avviare gli effetti coloristici di ciascuna composizione.

L’interesse iconografico di questi fogli è accresciuto nell’inserimento delle figure nel paesaggio isolano. Delicato ricercatore, specie dei tipi e delle figure femminili – ogni volto è un ritratto – compositore accurato di gruppi, egli colloca, in genere, le sue immagini all’aperto, sullo sfondo di un cielo terso sul far del mattino o nella grande pace del meriggio o nelle notti di plenilunio, negli ampi e tipici scenari della terra sarda, più di rado negli interni. Ma, come ancora osserva Mariani, <>.

Mentre nell’Album più sopra ricordato e composto pochi anni dopo, Simone Manca riproduce anche numerosi edifici monumentali della Sardegna, dai nuraghi alle <>, dal Castello alla Cattedrale di Sassari, dal Ponte romano alla Basilica di San Gavino di Portotorres, dalle numerose vedute di Alghero alla Porta al mare di Oristano, in questi acquerelli è invece evidente l’intendimento e la cura di ritrarre l’architettura minore dell’Isola: dalle cappelle campestri ai cimiteri, dalle chiese dei nostri villaggi alle colonne con le croci giurisdizionali, dalle piccole piazze dei paesi alle tipiche case contadine.

L’immediatezza che traspare dai costumi, dalle scene e dalle vedute dell’Isola, è resa più efficace ed incisiva dalla vivezza delle frasi in lingua sarda che l’Artista ha aggiunto a <>, arrichendo così questo complesso di dipinti di un elemento veramete originale.
Questi acquerelli specchio fedele della realtà umana e del mondo circostante, sempre ritratti con estrema cura e passione, sono una testimonianza preziosa dell’ambiente rurale sardo della seconda metà del secolo XIX.

Il logudoro è il soggetto dominante delle raffigurazioni contenute nella Raccolta: questa regione, cui lo legavano le origini e gli interessi della sua famiglia era perciò da lui meglio conosciuta e, per giunta, assieme alla Barbagia, esprimeva nelle sue usanze, nei suoi costumi e nelle sue tradizioni quanto vi è di più originale e caratteristico della gente sarda; è in logudorese, oltre che in italiano, sono le frasi riportate da Simone Manca a spiegazione dei suoi acquerelli.

Tuttavia l’Autore ha inserito nella piccola Raccolta – quasi a titolo di esempio – alcuni altri disegni sull’abbigliamento popolare, sulle usanze e sugli ambienti di altre località dell’isola, dedicando a Sassari, sua città natale, forse l’acquerello più bello dell’intero insieme di dipinti.

hiunque voglia soffermarsi nell’esame di questi dipinti scoprirà sempre meglio la bellezza dei costumi sardi e la singolare varietà dell’ambiente isolano.

Questi acquerelli, dopo oltre un secolo dalla loro esecuzione, in un mondo pieno di problemi ben diversi da allora, hanno tuttavia ancora un rapporto con noi, richiamando alla nostra riflessione – con un linguaggio figurativo permeato di poesie – un passato ricco di valori positivi quali la religiosità, l’attacamento alla propria terra e alle sue tradizioni, la semplicità, la laboriosità: virtù tutte che non devono essere dimenticate dalle nuove generazioni, ma conservate e accresciute quale patrimonio prezioso che tramanda ai posteri le miglior

Costumi Sardi Tiole

Benedetto Nicola Tiole nacque a Torino il 31 ottobre 1790. Giovanissimo, nel 1806, entrò al Servizio della Francia partecipando ad alcune campagne napoleoniche. Iniziò nel 1814 la carriera militare come semplice volontario nei <> prendendo parte ad alcune campagne militari <>. Da questa scheda personale risulta che nel febbraio 1816 fu nominato Capitano effettivo nelle Regioni Armate e che nel febbraio del 1826 passò ai Carabinieri Reali, sempre con il grado di Capitano e come ufficiale dell’Arma poteva insignirsi del titolo di Cavaliere, come di fatto si firma nell’Album: <>. Nel 1835 fu decorato della Croce della Legione d’onore di Francia e terminò nel 1838 la carriera militare.
Un documento ritrovato nell’Archivio di Stato di Cagliari attesta che nel 1824 il Capitano Tiole, dipendente dal Comando di Sassari, essendo <> ad Alghero, chiese ed ottenne un periodo di convalescenza in Continente.

A differenza dei visitatori italiani e stranieri provenienti dalla terraferma, la cui permanenza nell’Isola era generalmente molto breve, il Tiole, invece, a motivo del suo ufficio potè non solamente usufruire di un lungo soggiorno in Sardegna, ma anche spostarsi di frequente per ragioni di servizio; ciò che gli permise così di visitare numerose località ove ebbe occasione di ammirare la bellezza e lvarietà dei costumi sardi.

Dall’Album sappiamo che la sua permanenza in Sardegna – salvo il periodo di convalescenza in Continente – abbraccia l’arco di un settennio; cioè a partire dall’ottobre 1819 all’ottobre 1826, come precisato dall’Autore nel frontespizio della sua opera.

Il moto latino da lui posto nella prima pagina del suo album <> rivela il suo temperamento e il suo occhio di attento osservatore. La multiforme personalità del nostro Autore è dimostrata dalla pregevole opera da lui lasciataci. Essa costituisce, infatti, non solamente una rara e fedele testimonianza delle fogge dei costumi allora in uso in Sardegna, tutti riprodotti dal vero, ma rappresentano davvero un <> in tutta l’iconografia dell’Isola per il numero di ben 175 immagini dipinte ad acquerello o a tempera dal Tiole.

Riportiamo le immagini con le didascalie da lui poste in ogni pagina iniziando la numerazione dalla prima tavola con il costume dell’uomo a cavallo.

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Sfilata di Sant’Efisio a Cagliari

Breve Storia di Sant’Efio

Costumi Tipici Sardi alla processione di Sant'Efisio a Cagliari in Sardegna
Costumi Tipici Sardi alla processione di Sant’Efisio a Cagliari

Il martire nacque alla metà del III secolo a Gerusalemme, da madre pagana e padre cristiano. Anche se educato dalla madre all’idolatria, Efisio si mostra insofferente alla dottrina. Si arruolò ufficiale dell’esercito romano forse invitato dalla madre e così fu mandato in Italia a combattere i cristiani. È infatti per questo motivo che il simulacro del santo lo ritrae in abiti militari. Durante il viaggio verso l’Italia gli si presenta una croce accompagnata da tuoni e fulmini, cadendo in uno stato di stordimento ode la voce di Gesù che gli narra il suo futuro martirio per la fede cristiana.

Cagliari, Sfilata di Sant'Efisio, Sardegna
Cagliari, Sfilata di Sant’Efisio, Sardegna

Arrivato a Gaeta viene battezzato, decide così di battersi per la fede e di sconfiggere il paganesimo. A questo punto decide di intervenire in difesa dei Cristiani della Sardegna perché viene a conoscenza delle tribù che vivono ancora immerse nel paganesimo tra i monti dell’interno. Giunto in Sardegna diffonde il Vangelo, creando presso di sé un gruppo di fedeli. Preso dal fervore della fede scrisse una lettera all’imperatore affinché si convertisse, ottenne l’effetto contrario, tanto che venne incarcerato e dovette sopportare orribili pne. Le ferite inferte sul corpo di Sant’Efisio guarirono ad opera di angeli; la notizia di questo evento miracoloso si diffuse in tutta la città con la conseguente conversione di altra gente incredula. Diocleziano, venuto a conoscenza di questo e di altri miracoli, ordina la condanna a morte del santo martire a Nora, e non a Cagliari per il timore di insurrezioni a difesa del martire.

Il Santo prima di morire chiede a Dio di proteggere il popolo Sardo dai nemici e dalle malattie, ed è per questa richiesta che nei momenti più tragici della storia cagliaritana e sarda, il popolo si è rivolto a lui affinché intercedesse presso Dio.

La Sagrae la Sfilata di Sant’Efisio

Sfilata di Sant'Efisio a Cagliari in Sardegna
Sfilata di Sant’Efisio a Cagliari in Sardegna

Oggi si continua a rendere viva la tradizione della festa in onore a Sant’Efisio con la massima onorificenza possibile. La sagra, ancora oggi organizzata dalla confraternita di Sant’Efisio con il patrocinio della municipalità della Città di Cagliari, si svolge per tre giorni a partire dal 1 Maggio per poi concludersi il 5 dello stesso mese. La processione consiste nell’accompagnare il simulacro del Santo lungo i luoghi del suo martirio avvenuto a Nora il 15 gennaio del 303, per poi tornare nella chiesa Cagliaritana intitolata al Santo, che è situata sopra una grotta tufacea, dove, si credeva, fosse stato tenuto prigioniero prima dell’esecuzione.

La festa ha inizio la mattina, verso le nove del primo maggio, il terzo guardiano, scelto dalla Confraternita, si reca a cavallo presso il palazzo civico di Cagliari situato in via Roma e preleva l’Alternos per poi condurlo alla chiesa di Sant’Efisio, in Stampace. La figura dell’Alternos è la figura centrale della festa, viene designato ogni anno dal sindaco in carica, e rappresenta la massima carica cittadina.

A mezza mattina viene officiata la messa solenne, chiamata dell’Alternos, dal parrocco di Sant’Anna, a cui partecipa il decano del capitolo della Città. Nel mentre il carradore si avvia dinnanzi alla chiesa del Santo, per preparare il mezzo che trasporta il simulacro del martire, vestito con abiti secenteschi militari.

Nelle vie di Stampace si raduna la folla dei partecipanti, molti gruppi folk provenienti da tanti paesi della Sardegna, con le caratteristiche Traccas, carri a buoi, utilizzati fino a 50 anni fa per i lavori agricoli e per il trasporto delle persone in occasione di feste; i carri hanno scenografie realizzate con coperte tessute a mano, fiori, tappeti, grano e olive, dolci di mandorle e utensili della vita contadina; queste rappresentano un grande repertorio delle tradizioni sarde, perché spesso si allestiscono tranche de vie tratti dalla vita quotidiana e ancora oggi servono per trasportare persone, vestite in costume, e viveri provenienti da altri paesi per tutta la durata della sagra.

Finita la messa si forma il corteo aperto dalle traccas, che attraversa le principali strade addobbate con petali di fiori per terra e festoni sulle finestre del centro storico cittadino; l’itinerario parte dalla chiesa del Santo e quindi dall’omonima via si snoda attraverso via Azuni, Piazza Yenne, corso Vittorio Emmanuele, via Sassari, piazza del Carmine, via Crispi, via Angioy, largo Carlo Felice ed infine via Roma, per poi prendere la strada verso Nora, passando dal ponte della Scafa. Il passaggio del Santo in via Roma è molto emozionante, soprattutto per lo squillo delle sirene del porto e per la folla che si avvicina al Santo per la richiesta di una grazia.

Di seguito alle Traccas sono disposti i gruppi folk secondo l’ordine delle province della Sardegna: Cagliari; Sassari; Oristano; Nuoro.

Sono circa settanta i gruppi, per un totale di circa 5000, che sfilano a piedi con i costumi dei paesi d’origine, in omaggio al Santo. Nella processione del 1 maggio si può conoscere il sunto delle tradizioni isolane preservandole dalla dimenticanza e dall’incuria. La cultura delle feste devozionali in onore ai Santi che, in tutta la Sardegna, si svolgono a partire da Aprile per poi proseguire durante tutta l’estate, culminano nella Sagra di Sant’Efisio, poiché, coinvolgendo così tanti paesi, rappresenta un importante evento per la conoscenza del folklore e delle tradizioni sarde oltre che un appuntamento religioso di grande rilevanza.

Dopo i gruppi folk precedono il Santo, i Cavalieri del Campidano, questi sfilano su cavalli addobbati con coccarde e rosette, e fecero la loro prima apparizione nel 1886, quando Pisa restituì le reliquie del Santo, conservate fin dall’XI secolo nel Camposanto per pericolo delle depredazioni Turche.
Seguono i Miliziani, anch’essi a cavallo, che scortano il santo con sciabole e archibugi fino al suo arrivo a Nora, nati per proteggere il santo sia dai pellegrini stessi che dai pirati; la loro presenza è attestata fin dal 1657, tant’è che ancora oggi indossano la divisa seicentesca composta di barrita rossa, corpetto rosso con bottoni dorati e asole bordate di nero, gonnellino, calzoni e gambali.

Sfila poi il terzo guardiano che porta lo stendardo dell’Arciconfraternita del Gonfalone sotto la protezione di Sant’Efisio, seguito dalla Guardiania. Il terzo guardiano viene scelto dal consiglio d’amministrazione della Confraternita per l’organizzazione della Sagra. Un tempo era una persona proveniente dalla plebe, mentre il primo e il secondo guardiano facevano parte della borghesia o della nobiltà. La Guardiania sfila con il frac nero, cilindro e fascia azzurra ai fianchi; questo è il corpo scelto dalla Confraternita che scorta il martire fino a Nora e ritorno.

Precede la Guardiania l’Alternos, che in origine rappresentava il Viceré e che oggi fa le veci del Sindaco per tutti i quattro giorni dell’evento. Vestito in frac e scortato da due mezzieri in livrea del Seicento,porta al collo il Toson d’oro onorificenza militare data al Comune di Cagliari dall’allora re di Spagna Carlo II nel 1679.

Sfila poi la Confraternita, composta oggi da circa 150 persone, in abito penitenziale, con la bandiera. Le consorelle sfilano in abiti penitenziali neri mentre gli uomini portano la mozzetta bianca e il saio azzurro sul quale spicca il grande rosario bianco.

Infine il cocchio dorato con la statua lignea di Sant’Efisio, martire soldato, addobbato con fiori e coccarde multicolori.

Dopo la processione cittadina il corteo si avvia verso Nora. Durante il cammino vengono effettuate diverse tappe. La prima è la fermata nella chiesetta di Giorgino, poi di seguito alla Maddalena Spiaggia, Su Loi, Frutti d’oro, e Villa d’Orri, in cui viene celebrata la messa solenne. La prima notte la processione si ferma a Sarroch per poi proseguire a Villa San Pietro e giungere a Nora il 2 maggio dove si celebra la messa. Il giorno successivo il simulacro del santo rimane esposto alla devozione dei fedeli nella chiesetta sulla spiaggia di Nora, in cui si officiano le messe. La mattinata viene conclusa dal pranzo offerto ai poveri dal terzo guardiano con i contributi del comune di Cagliari. A sera il Santo dopo la processione per le rovine di Nora e la spiaggia, rientra a Pula. La mattina seguente si riprende la strada del rientro verso Cagliari effettuando le stesse dell’andata. Giunto a Cagliari, riprendono i festeggiamenti fino a tarda notte nella piazzetta antistante la chiesa del Martire; il simulacro del Santo rimane esposto alla devozione dei fedeli fino al 25 Maggio.

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I Mamuthones della Sardegna

Mamoiada , maschere , carnevale - Mamuthones
Mamoiada , maschere , carnevale – Mamuthones

Nel ricchissimo panorama del folklore sardo un ruolo di primo piano occupa il carnevale. Il più famoso è il carnevale di Mamoiada, una cittadina della Barbagia di Ollolai percorsa dalla domenica al martedì di carnvevale da uno strano corteo mascherato che, in luogo dell’allegra spensieratezza altrove dispiegata dalla festa “della trasgressione” (anche se ormai ben pianificata e istituzionalizzata), suggerisce piuttosto l’idea di un rito barbaro, remoto e misterioso.

Lungo le vie di Mamoiada si snoda la processione dei mamuthones, uomini bizzarramente mascherati in modo da apparire esseri mostruosi più che creature umane. Sull’usuale abito del pastore sardo – ampia camicia, calzoni di velluto o di frustagno, gambali di cuoio e scarponi – viene indossata la mastrucca, una sorta di giacca di pecora senza maniche, col pelo verso l’esterno; dalla mastrucca pendono grossi grappoli di campanacci, che a ogni movimento del corpo emettono un suono cupo. Altro elemento essenziale del costume dei mamuthones è la maschera che nasconde ilinteramente il volto: una diabolica maschera nera di legno, tenuta ferma da appositi legacci e da un fazzoletto, su cui si calza poi il berretto basso tipico dei pastori, sa berrita.

Sfilata di Mamuthones a Mamoiada, Sardegna
Sfilata di Mamuthones a Mamoiada, Sardegna

Ma i mamuthones non sono gli unici protagonisti, anche se i più numerosi, del corteo mascherato; vi partecipano infatti anche gli issocadores, il cui costume è molto meno orrifico: su pantaloni e camicia bianchi, larghi, essi indossano un giubbetto di velluto rosso proprio dell’abbigliamento femminile (messo però al rovescio) e un drappo colorato messo in vita; il viso è scoperto e in testa il cappello è rallegrato da un sottogola colorato.
Il gruppo di maschere è composto da una ventina di persone: i mamuthones, in assoluto silenzio, avanzano a balzi, secondo un ritmo ben preciso scandito dai campanacci, seguiti dagli issocadores che, con grida selvagge, danzano e saltellano lanciando di tanto in tanto una lunga fune di cuoio (soga) che tengono fra le mani, nel tentativo di prendere al laccio le persone presenti alla sfilata (gli spettatori catturati sono costretti a offrire del vino) o i mamuthones stessi.

Danza dei Mamuthones in Sardegna
Danza dei Mamuthones in Sardegna

Delle origini sicuramente antichissime e del vero significato di questa processione – concepita e praticata in aambienti primitivi – non si hanno notizie precise, ma vi appaiono chiaramente elementi di sacralità e di magia, non dissimili da altri del più remoto mondo mediterraneo, e che si esprimono in una cerimonia con valore rituale e propiziatorio, oltre che di scongiuri contro gli spiriti maligni, costretti a fuggire dal rumore dei campanacci.

La danza di Mamuthones, Sardegna
La danza di Mamuthones, Sardegna

Una recente interpretazione, molto suggestiva anche se largamente ipotetica, connette l’attuale usanza carnevalesca con un antico rito nuragico conosciuto come “sacrificio degli anziani”, anziani che la comunità pastorale sopprime perchè ormai inabili alla transumanza delle greggi.

Carnevale di Mamoiada, Maschera di Mamuthone, Sardegna
Carnevale di Mamoiada, Maschera di Mamuthone, Sardegna

Elementi residui di questo sacrificio sarebbero le persone prese al laccio dagli issocadores, in cui si riconoscerebbero i vecchi legati e trascinati al sacrificio, il tributo del vino, che adombrerebbe l’antico esito cruento del sacrificio, e l’uso di bere abbondantemente dei giovani che partecipano alla mascherata, forse ricordo dell’ingerimento di bevande inebrianti, indispensabile per espletare un rito così crudele.

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Il Carnevale Di Orotelli “Thurpos”

Usanze orotellesi per il Carnevale.

Siamo già a Carnevale e tanti bambini e ragazzi, ogni domenica, si mascherano. A Orotelli, c’è una maschera che non c’è in altri paesi: coloro che la mettono si chiamano “sos thurpos”. Essi indossano “su gabbanu”, hanno i pantaloni “a s’isporta”, di velluto, e una giacca, pure di velluto. Hanno i gambali e gli scarponi di suola cruda: sotto gli scarponi hanno “sas bullittas” che sono dei chiodi grossi messi per non consumare la gomma, che, però, durante il movimento, fanno molto rumore. A tracolla “sos thurpos” hanno una cinta di pelle con, attaccati, dei campanacci. In faccia hanno “su tintieddu”, per scacciare, si dice, gli spiriti maligni. “Sos thurpos” escono di casa a tre a tre, due avanti e uno dietro: quelli davanti fanno da buoi e quello di dietro è il contadino. Per il Carnevale le donne preparano le “sevade” col formaggio fresco. Si impasta la farina, la si lavora bene col matterello, si fa la sfoglia e, in mezzo, si mette il formaggio. Poi, si friggono con l’olio. Si preparano anche “sas orulettes”, “sas càttasa” e “sas casadinasa”.
“Sos Thurpos” sono anzitutto delle maschere uniche nel panorama carnevalesco isolano in quanto a differenza de “sos mammuthones” e “de sos issocadores” non dovrebbero rappresentare la violenza della soprafazione del forte sul debole, del vincitore sul vinto, del padrone sul servo, ma l’ambivalenza della figura bue-contadino – “Voe-massaju”. La simbologia rituale “de sos thurpos” dovrebbe esprimere l’interconnessione fra il produttore (su massaju), che non è in questo caso colui che combina i fattori della produzione come s’intende nell’economia moderna, ma colui che produce, ed il mezzo di produzione stesso (sos boes o si jù o sa cropa) – il giogo. In altre parole dovrebbe rappresentare l’indissolubile rapporto fra “su massaju o voinarzu o juarzu” e “sos boes o su jù o sacropa”, raffigurato da “sos reinacros” – le funi, cordoni ombelicali che legano il contadino al giogo e viceversa. Interdipendenza assoluta, quindi, in quanto se è vero che “sos boes su jù o sa cropa”, ubbidiscono a “su massaju o voinarzu o juarzu” armato di “foette” o di “puntorzu”, in modo cieco “thurpu”, assoluto; è altresì indiscutibile il fatto che su “Massaju” accudisce, con amorevole attenzione “su jù” preparandogli succulente “proendas” con farina d’orzo o con tenere pale di ficodindia sarda, in quanto rappresenta nel reale, come unico e indispensabile mezzo di produzione, “sas armas de sa gherra”, la sua stessa sopravvivenza. Questo potrebbe essere spiegato dal fatto, sia “sos thurpos” legati al giogo “thurpos-jù” che “sos thurpos voinarzos” hanno la stessa identica tragica maschera: un gabbano di orbace, nero, col cappuccio calato sugli occhi il viso “thinthieddau” – coperto di fuligine e, posta a mò di bandoliera, una striscia di pelle alla quale vengono appesi alcuni campanacci. Assieme, in collaborazione cioč, “tenene” – catturano “sos iscarazzados” – i non mascherati. A mio avviso il rito propiziatorio dovrebbe essere espresso proprio da “sa tenta” – la cattura. “Su massaju e su jù”, uniti, nel lavoro dei campi, nella fatica e nella sofferenza espressa mimicamente con l’atto di “forrare, muliare, carchidare” – battere il terreno con le zampe anteriori, muggire, scalciare, invitando da bere, mescendo dalla loro “burratza” – borraccia, i presenti, che dovrebbero rappresentare gli elementi della natura, da accattivare con un gesto di gentilezza. All’improvviso come “puntos dae sa musica” – punti da una mosca, catturano “un iscaratzadu”, dal quale, nel bar “in su tzilleri” pretendono l’invito “su cumbidu”. “S’iscaratzadu” dovrebbe rappresentare “s’annada ona” – la buona annata. Questa reagisce, scalcia, si ribella alla cattura e allora partono bòtte da orbi “iscuden che thurpos”, a rappresentare la lotta quotidiana del contadino-bue, con gli elementi avversi della natura. Al termine della lotta “sos thurpos”, fanno fare a “s’iscaratzadu”, assieme a loro, tre o quattro salti in verticale rigida, simile ai passi degli animali domestici (buoi, cavalli, asini) “travados” o “tropeidos” – impastoiati. Alcuni sostengono che “sos thurpos” siano un esempio “lampante” di teatralità ludica e a dimostrazione di questo, invece di rifarsi a fedeli testimonianze, hanno introdotto ex novo le figure de “sos thurpos-aradu” e de “su thurpu-seminatore”; che rappresenterebbero comunque, a mio avviso, qualora fosse vera questa ipotesi una limitata fase del processo produttivo contadino: l’aratura e la semina. Poiché sono esclusi in questo caso dal rito “su thurpu-tzapitatore” – il sarchiatore, “su thurpu-messadore” – il mietitore, “su thurpu-triuladore” – il trebbiatore, mai esistiti nel rituale, come l prime accennate, direi che è forse azzardato parlare di teatralità ludica. Parlerei, invece, di teatralità tragica. Almeno che non si dimostri che nelle società contadine rivesta maggiore importanza l’aratura e la semina rispetto al raccolto. E’ quest’ultimo semmai che rappresenta il risultato più importante delle fatiche e delle speranze de su “massaju” – del contadino.

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Il Carnevale A Gavoi

“Suni harribande sos de su harrasehàre, itte l’amus a dare, itte l’amus a dare a su harrasehàre”

“Lardu sartizza e pane e binu po imbriagare”

La barbagia è sempre stata la roccaforte delle tradizioni, è proprio qui che ancora oggi resiste un carnevale diverso da tutti. Un carnevale che non ha nulla a che vedere con gli altri tipi di festeggiamenti che avvengono nelle altre parti della Sardegna. Il carnevale in Barbagia conserva la liturgia drammatica del sacrificio della vittima “Su Mortu de Harrasehàre” il morto del carnevale, che a Gavoi veniva rappresentato da Tiu Zarrone, poi evoluto in Zizzarrone, un fantoccio che veniva fatto girare per il paese in groppa ad un asino o sulle spalle di una persona. Il corteo di persone che accompagnava Zizzarrone passava per le vie suonando su Tumbarinu (il tamburo), su Triangulu (il triangolo) e su Pippiolu (il piffero) e bussando alle porte delle abitazioni richiamavano l’attenzione dei proprietari che avrebbero dovuto offrire Su Humbidu (l’invito), questi ultimi vedendo Zizzarrone pronunciavano: “Suni harribande sos de su harrasehàre, itte l’amus a dare, itte l’amus a dare a su harrasehàre” (stanno arrivando quelli del carnevale, cosa gli daremmo, cosa gli daremmo a quelli del carnevale) e il corteo rispondeva: “Lardu sartizza e pane e binu po imbriagare” (lardo salsiccia e pane e vino per ubriacarci).

Zizzarrone continuerà a girare lungo le vie del paese per tutto il carnevale, per finire condannato al rogo su merhulis de lessia (il mercoledì delle ceneri). L’origine della tradizione è sconosciuta, si suppone che l’offerta sacrificale risalga a riti di divinità pagane, antecedenti il cristianesimo. Il Dio pagano per cui si svolgeva il rito non poteva essere che Dionisio, misteriosa divinità legata alla fertilità che doveva morire per poi rinascere dopo il riposo invernale. A Gavoi il Carnevale si differenzia dagli altri della Barbagia, in una variante chiassosa e allegra, ma rappresenta sicuramente ciò che resta di un antico rito crudele che prevedeva offerte sacrificali per domandare alla natura di ridestarsi dopo l’inverno. Zobia Lardazzola (giovedì grasso) Sa sortilla de sos tumbarinos, da tutti i rioni del paese si riversano, nella piazza della parrocchiale, una folla di sonadores (suonatori) che percuotono all’unisono una marea di tamburi al ritmo del ballo sardo, dove prenderà il via la sfilata che percorrerà tutte le vie del paese. Lo scorso anno erano circa 500. Il nome del giovedì grasso detto in Gavoese Zobia Lardazzola, si riferisce al fatto che per l’occasione venivano cucinate le fave con il lardo (fà e lardu) aromatizzate con finocchio selvatico. La festa proseguirà fino a notte fonda condita da vino rosso e dolci tipici.

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La Sartiglia di Oristano

Importante manifestazione carnevalesca dell’Oristanese è la Sartiglia, che si tiene la domenica ed il martedì di carnevale. La secolare tradizione della sartiglia, che ha origini spagnole e portoghesi e che per certo era una giostra di abilità in uso fin dal Cinquecento (epoca in cui fu introdotta ad Oristano).

La Sartiglia non è mai stata una festa popolare. Dagli inizi del 500, e sino a pochi decenni fa, su componidori veniva scelto tra le famiglie nobili di Oristano, così come il “vice componidori” e “l’aiutante di campo”. Alla Sartiglia potevano partecipare solo i nobili e alcuni signori dei paesi del circondario; per secoli, dunque, la gente comune ha fatto da semplice spettatrice a questa manifestazione. Solo dopo la seconda guerra mondiale si è trasformata in festa popolare, e la partecipazione è stata aperta a tutti, sia pure con qualche limitazione. L’organizzazione ora è passata alla Pro Loco, ma si è conservato il legame con le origini lasciando ancora un ruolo di primo piano ai “gremi” di San Giovanni e San Giuseppe. Il primo che rappresenta la corporazione dei contadini, organizza la Sartiglia dell’ultima domenica di carnevale, il secondo, che rappresenta i falegnami, si occupa di quella del martedì successivo.

I “gremi” sono da sempre l’anima della festa: a essi spetta scegliere i “componidori” , i cavalieri che guideranno le due corse,
L’oberaju majori , colui che è chiamato a presiedere la corporazione, viene a conoscenza della sua nomina due anni prima di entrare in carica; quel giorno la moglie prenderà il titolo di “sa massaia manna”. E’ sempre il gremio che organizza la cerimonia e la vestizione dei “componidori”. Accompagnato da “sa massaia manna” e da “is massaiedas”, ragazze in costume, egli giunge un palco e si accomoda in una sedia di legno.

La “corsa alla stella” consiste nel riuscire ad infilzare, con una spada, una piccola stella di metallo appesa a circa tre metri dal suolo: naturalmente, il cavaliere lancia al galoppo sfrenato il suo cavallo. Tutto ciò avviene nell’incantevole scenario della piazza Duomo, la cui omonima via è per l’occasione ricoperta di terra,per consentire ai cavalieri di correre il più possibile. Il capo della corsa è “su componidori”: poco prima della corsa le “massaieddas”( ragazze in costume) lo hanno solennemente vestito ponendogli sul volto una maschera di legno e sul capo un grande velo nuziale, con sopra un cilindro che rappresentando un antico copricapo del costume femminile di Oristano, conferma l’aspetto magico e indefinibile del rito in cui il componidori, pur dando la più alta manifestazione della sua virilità (la destrezza nel cavalcare e nel maneggiare la spada), indossa vesti muliebri.

Il componidori, e poi i vari cavalieri mascherati che indossano i costumi del paese o della città di provenienza, cercano di infilzare la stella dopo aver lanciato i cavalli al galoppo sfrenato.
Il rullare dei tamburi annuncia l’arrivo di ogni cavaliere, mentre la tensione e l’emozione raggiungono apici difficilmente uguagliabili: la tradizione vuole che dal maggior numero di stelle infilzate si traggano i buoni auspici per il futuro raccolto agricolo, anche se ormai la razionale irrigazione e la fertilità delle terre oristanesi, hanno sminuito l’importanza di questo genere di “previsioni”.

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Carnevale della Sardegna: Gli Strumenti Musicali Del Carnevale Sardo

Sos Tumbarinos (i tamburi)

Per la realizzazione dei tamburi vengono utilizzate le pelli di capra, dopo una particolare lavorazione. La pelle veniva cosparsa di cenere bagnata (S’alessia) e sepolta sottoterra per un periodo di otto, dieci giorni. Questa operazione serviva per imputridire i peli che con una leggera pressione si staccavano lasciando la pelle liscia. Una volta pulita dai peli e dai residui di grasso la pelle veniva tagliata a forma circolare e venivano applicati dei cerchi in legno (Sas Hostas), i quali venivano fissati mediante delle stringhe in pelle alla cassa di risonanza ottenuta con un vecchio setaccio. Infine si applicava nella parte posteriore del tamburo Sa Hordedda, una treccia fatta con il crine del cavallo alla quale viene fissata una spilla da balia, che ad ogni percussione da Sos Mazzuccos (le bacchette) provoca una sorta di ronzio.

Su Triangulu (il triangolo)

E’ ottenuto con un pezzo di ferro accidioso lavorato alla forgia e gli viene data la forma del triangolo, ma con la particolarità delle punte ripiegate a ricciolo verso l’esterno. Su Pippiolu (il piffero) Si ottiene dalla lavorazione di un pezzo di canna, con l’introduzione all’interno della sommità, di un pezzo di sughero appositamente sagomato. Solitamente vengono praticati quattro fori tondi che fungono da tasti e uno rettangolare da dove fuoriesce la musica. Su Tumborro Questo particolarissimo strumento fa parte degli strumenti musicali arcaici, è stato riesumato dopo circa 200 anni dalla sua scomparsa grazie alla passione per gli strumenti musicali di un artigiano Gavoese, Michele Pira, titolare del museo Jocos di Gavoi, che conserva all’interno una particolare e preziosa collezione di strumenti musicali, giochi, oggetti e costumi Sardi. Su Tumborro è costruito con una canna palustre lunga circa un metro e mezzo, nella sommità viene fissata una grossa vescica di maiale, che gonfiata forma un pallone che funge da cassa di risonanza, alla quale viene poggiata un esile corda, ottenuta con il crine di cavallo, della stessa lunghezza della canna. Su Tumborro viene suonato sfregando la corda in crine con un pezzo di legno dentellato.

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La Sartiglia di Oristano

Nome di Sartiglia, Sartilla o Sartilia, la corsa nella quale i cavalieri lanciati al galoppo devono infilzare quante più stelle d’argento possibili, che si corre ad Oristano l’ultima domenica e l’ultimo giorno di Carnevale, deriva dallo spagnolo Sartija, che significa anello. Molto probabilmente furono i Crociati a introdurla in Occidente, tra la prima e la terza crociata (1118 – 1200), insieme alla Quintana di Foligno e alla Corsa del Saracino di Arezzo. La Sartiglia di Oristano era praticata alla corte del Giudicato di Arborea, ma non è da escludere che essa si svolgesse anche prima dell’invasione aragonese, intorno alla metà del XIII secolo. Nel 1500 un canonico della cattedrale, Giovanni Dessì, istituì un legato a favore del Gremio dei Contadini, per il mantenimento della Sartiglia. Negli ultimi anni sovrintende alle due gare l’alto patronato del Comitato Sartiglia sotto la presidenza del Sindaco di Oristano.La Sartiglia è guidata da un capo corsa: Su Componidori. La manifestazione, sia la domenica che il martedì, ha inizio alle 10 con la lettura, da parte di un araldo a cavallo, del bando della Sartiglia. Alle 12.30, tra squilli di tromba e rulli di tamburi inizia il lungo e attento rituale della vestizione di su Componidori. Indossati in una stanza privata, una camicia riccamente lavorata di foggia seicentesca, infilati i calzoni corti aderenti di color miele e gli stivali con speroni, simboli della sua qualità di cavaliere, il capo corsa passa nella sala contigua addobbata per il rito. Caratteristica della camicia di lino è la totale assenza di bottoni e occhielli per cui sia i polsi che il colletto vengono cuciti ad opera delle donne. L’operazione della vestizione viene eseguita dalla moglie del presidente del Gremio, sa massaia manna, con l’assistenza di altre giovani, is massaieddas. Il colletto è chiuso con borchie o catenine in argento mentre lo sbuffo delle maniche della camicia è stretto da tre fiocchi di seta, bianco, rosso e azzurro. Poi è la volta della maschera che viene assicurata, oltre che dai soliti lacci, da un colorato fazzoletto di seta che fascia l’orlo superiore della maschera stessa e la fronte del Componidori per poi annodarsi sulla nuca. Secondo le testimonianze degli storici, un tempo, la maschera, di legno, era di color verde la domenica, nella corsa organizzata dal Gremio dei Contadini e quasi nera quella del Gremio dei Falegnami. Ora essa è di colore bianco, con sembianze femminili ed una espressione seria e statica. Il capo corsa monta in sella direttamente dal tavolo e sul tavolo dovrà smontare a fine corsa. Sa massaia manna invoca su di lui l’aiuto del santo protettore e le massaieddas completano l’augurio gettando grano e fiori. Quindi, assumendo una posizione supina sulla groppa del cavallo, su Componidori si dirige verso l’uscita tra rullare di tamburi e ripetuti squilli di tromba.

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La Cavalcata Sarda a Sassari

La cavalcata è un’affascinante rivelazione di vita sarda che propone una splendida vetrina dei costumi dell’isola in una magica tavolozza di colori. La sua data è mobile e coincide con l’ultima domenica di maggio che quest’anno cade il 23. Con il Sant’Efisio di Cagliari e la Sagra del Redentore di Nuoro compone il trittico delle grandi feste del folclore isolano. La Cavalcata Sarda è una delle poche occasioni in cui è possibile ammirare un così grande numero di costumi, vedere i suonatori di launeddas, uno degli strumenti musicali più antichi del mediterraneo, assistere alle corse a pariglia, esercizi acrobatici sui cavalli lanciati al gran galoppo. Da allora, ad ogni venuta dei reali, i sassaresi organizzarono la Cavalcata, come nell’aprile del 1929 per il passaggio di Vittorio Emanuele III e della regina Elena. La sfilata tutta di cavalli, fu aperta dai rappresentanti dei gremi sassaresi con il loro caratteristico costume spagnolesco ed ebbe inizio dai portici per dirigersi in Via Roma, passando davanti al Palazzo della Provincia. Dieci anni più tardi, nel maggio del 1939, un’altra cavalcata fu organizzata in onore del principe ereditario Umberto di Savoia e di sua moglie Maria Jose che, nell’occasione, come fecero anche le altre principesse di Savoia che venivano nell’isola, indossò il costume di Sennori. Bisogna aspettare la fine della seconda guerra mondiale per vedere, nel 1951, un’altra sfilata di costumi a Sassari, quando la cavalcata fu riproposta come festa di benvenuto peri partecipanti al Congresso del Rotary Club. Parteciparono alla sfilata gruppi provenienti solo dalle province di Sassari e Nuoro, mentre nell’edizione successiva l’invito fu esteso ai gruppi di tutti i centri della Sardegna. Da allora la Cavalcata diventò un appuntamento fisso anche se c’erano alcuni problemi da risolvere quali la data, il numero dei partecipanti e il percorso all’interno della citta’. All’inizio la data era quella del giorno dell’Ascensione, ma ben presto questa venne spostata alla penultima domenica di maggio per tenersi lontani dalle bizze del tempo. Nell’86 e nell’87 il percorso si concludeva in Piazza d’Italia, mentre nell’88 finiva nel breve rettilineo di Corso Vico, con i cavalli che potevano lanciarsi al galoppo da Piazza Santa Maria verso Piazza Sant’Antonio con la costruzione di una pista artificiale.

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Le Sagre a Tortoli e Arbatax

Situato al centro dell’Ogliastra, nella parte centro orientale della Sardegna, Tortolì è facilmente raggiungibile sia da Cagliari che da Nuoro ed è situata a soli 3 Km dalla costa. In località Monte Terli, a sinistra della strada che porta alla spiaggia, delle domus de janas, risalenti al 2700 – 1800 a.C., scavate nella roccia, costituite da un numero vario di celle semi circolari comunicanti per mezzo di sportelli quadrangolari. Sempre nella stessa zona, sulla destra rispetto alla strada, a 400 metri dalla chiesa del SS Salvatore, in località S’Ortali e su Monti, i resti di un nuraghe, una Tomba di Giganti e due menhir. Tutti i giorni, alle 8.30 dal porto di Arbatax e, alle 9.00, da quello di S. Maria Navarrese, comode motonavi salpano e risalgono la costa per raggiungere le meravigliose spiagge di Cala Mariolu, Cala Sisine e Cala Luna, dove il turista può sbarcare se vuole trascorrere una giornata di tutto mare o proseguire per la visita alle grotte del Bue Marino, anch’esse raggiungibili solo via mare. Arbatax, durante la dominazione romana, si chiamava Sulpicius Portus, a ricordo della vittoria che il console romano Caio Sulicio conseguì, sul posto, sulla flotta cartaginese. Dopo la dominazione romana, il porto perse la sua importanza per le continue razzie dei pirati arabi. Una successiva notizia del porto si ha nel 1296 quando venne citato col nome di Arbataxara o Abattassara. Accanto al porto sorge una torre tronco-conica seicentesca, mentre sulla destra è visibile una grande cava di un bel porfiro rosso, meglio noto come le “Rocce Rosse di Arbatax”; un passaggio artificiale, praticato in uno di essi, consente l’accesso alla spiaggetta isolata. Da Arbatax una strada asfaltata porta, a sud alle pendici del promontorio di Bellavista, che cade sul mare con rocce a precipizio e sul quale spicca la struttura a bande bianche e nere del faro. La seconda Domenica di luglio, ad Arbatax, si svolgono i festeggiamenti in onore della patrona Madonna Stella Maris. E’ una tipica sagra di mare. Al tramonto, il simulacro della Madonna, dopo essere stato condotto in processione nell’abitato, viene trasportato in mare a bordo di un peschereccio, seguito da una lunga e pittoresca teoria di barche che fanno il giro del porto al suono festoso delle sirene. Il 26 luglio, i festeggiamenti in onore di Sant’Anna, protettrice delle puerpere. A questa festa, una volta, partecipavano, anche dai paesi vicini, le donne incinte, per assistere alla messa del mattino, durante la quale venivano offerti alla santa mazzetti di basilico. Celebrata la messa, nel pomeriggio, partendo dalla chiesetta di S. Anna, si svolge per il paese la processione in costume, al seguito del simulacro della santa stessa. E’ tradizione, il giorno successivo, continuare la festa al lido di Orrì e trascorrere questa giornata al mare con un festoso pranzo all’aperto.L’accostamento di Sant’Anna con il potere di generare pare anche avvalorato dalle possibili origini del nome che nelle lingue asiatiche significa “donna”. Gli stessi antichi romani alle Idi di marzo festeggiavano Anna Perenna, dea delle stagioni e delle fasi lunari, protettrice dei raccolti. Le celebrazioni di questa antica festa romana si presuppone siano all’origine della popolarità di Sant’Anna e degli attuali riti in suo onore.

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La Fiera del Tappeto di Mogoro

Situato poco distante dalla S.S. 131 Carlo felice, su un altopiano basaltico detto “Struvine”, a sud del Monte Arci e al limite della pianura del Campidano, Mogoro è il centro più sviluppato e popoloso della Marmilla.Durante il medioevo appartenne al giudicato di Arborea e fu capoluogo della curatoria di Montangia. Dopo la caduta del marchesato di Oristano, passò nel 1500 sotto il potere degli aragonesi , nel 1603 divenne feudo dei Centelles e poi degli Osorio.Nel centro abitato, la chiesa parrocchiale di San Bernardino, in stile barocco, databile al XVII secolo, in quanto la data del 1715, scolpita su una pietra della facciata, va attribuita forse a un restauro successivo. L’interno, a navata unica con otto cappelle laterali, conserva una piccola tavola di pala d’altare del 1619, una croce in argento del 1603 e altri oggetti sacri. L’interessante chiesetta del Carmine, del XIV secolo, a navata unica, ha la facciata in stile tardo-romanico e il portale laterale, con arco a sesto acuto, impreziosito da elementi gotici. Mogoro è parte integrata del Consorzio Turistico “Sa Corona Arrubia” ed è inserito nell’itinerario turistico dei complessi nuragici di Barumini e Villanovaforru. Mogoro, ormai da tanti anni, è noto per la Fiera del Tappeto e dell’Artigia-nato che quest’anno è giunta alla sua 38^ edizione e che si svolgerà dal 24 luglio all’8 agosto. La Fiera è da considerarsi, a pieno titolo, uno degli appuntamenti più significativi per il settore dell’artigianato artistico e rappresenta un richiamo irrinunciabile per le principali imprese del settore tessile, del legno, della ceramica, dei cestini, della pelle, del ferro battuto, dell’oreficeria e offre al visitatore più esigente quanto di meglio produce la nostra isola. Come tutti gli anni i protagonisti della rassegna saranno le numerose realtà imprenditoriali provenienti da tutta la Sardegna, ma in particolare gli artigiani di Mogoro che vantano una notevole tradizione e competenza nel campo della tessitura e della lavorazione del legno. Proprio negli arazzi le donne esprimevano tutta la propria creatività miscelando con gusto colori molto vivaci che rallegravano l’ambiente generalmente povero e austero della casa sarda. Le donne di Mogoro mantengono ancora oggi inalterata la tecnica di lavorazione su telai orizzontali, manovrati completamente a mano. I materiali utilizzati sono tutte fibre naturali quali lana, cotone e lino ad eccezione dei fili dorati e argentati che impreziosiscono i bellissimi arazzi. L’arazzo viene realizzato con trame in lino o cotone mentre vengono usate lane colorate più sottili con motivi quali vasi, colombe, cavalli. A Mogoro, da generazioni, si tramanda da padre in figlio l’arte della lavorazione del legno nel rispetto della pura tradizione sarda. L’impagliatura delle sedie è ottenuta usando il fogliame della “sciancia”, una pianta di palude essiccata al sole e riumidificata al momento della lavorazione.

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La Corsa degli Scalzi di Cabras

L’antico nome di Cabras fu Masone De Capras. Sorse, come gli altri centri vicini, quando Tharros, capitale del regno di Arborea, fu abbandonata nel XI sec. In seguito alle incursioni islamiche, espandendosi attorno a un castello edificato sulla riva orientale dello stagno di Mar’e Pontis.Nel suo territorio sorge la Penisola del Sinis, nel cuore di una zona umida tra le più interessanti d’Europa. Qui si trova il villaggio di San Salvatore, un antico borgo che ad agosto e settembre si popola per la celebrazione della festa e dei riti in onore del santo omonimo. Il villaggio si trova lungo le strade che da Cabras portano alle spiagge della costa e alla città di Tharros. Tra i villaggi sardi è senza dubbio il maggiore e il più caratteristico. Le abitazioni sono sorte intorno ad un antichissimo ipogeo di età nuragica dove veniva praticato il culto delle acque e, in epoca romana, si adoravano Marte e Venere. Con la presenza dei romani nella città di Tharros e l’introduzione della religione cristiana, al di sopra del tempio, cui si accede per mezzo di una botola, fu edificata la chiesa dedicata a San Salvatore. I festeggiamenti si concludono la prima domenica di settembre con la “corsa degli scalzi”, una processione a piedi, durante la quale il simulacro del santo viene portato di corsa dal villaggio a Cabras, nella Chiesa Pieve di S. Maria Assunta. Si tratta di una manifestazione corale tra le più suggestive e singolari che si svolgono in Sardegna: 4-500 giovani, che indossano un saio bianco, scalzi, durante una corsa che si snoda lungo i sentieri di campagna, portano il santo in spalla sino a raggiungere l’abitato di Cabras dove il corteo si compone in una interminabile processione sino al sagrato della chiesa maggiore. Una corsa piena di colori e di fascino travolgenti, carica di significati religiosi, entrati a far parte della storia e dei costumi di Cabras. Chi vi partecipa lo fa per sciogliere un voto o come auspicio di buon raccolto, pescosità negli stagni, fertilità delle graggi.La prima corsa ha luogo all’alba del primo sabato di settembre, quando gli scalzi muovono verso il villaggio di S. Salvatore, mentre nel tardo pomeriggio del giorno dopo i giovani prendono in consegna il simulacro del santo per riportarlo a Cabras. Le origini della corsa sono incerte e si confondono con la leggenda. Si narra che, nel 1506, durante una ennesima incursione barbaresca, mentre gli uomini difendevano le coste, le donne avrebbero portato in salvo il simulacro del santo trasferendolo dal villaggio a Cabras. Stando alle testimonianze degli anziani, il trasporto del simulacro, sino al 1929, avveniva a piedi, ma non di corsa e si velocizzò quando il numero dei partecipanti aumentò notevolmente, permettendo così ricambi e riposi più frequenti.

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