Gastronomia della Sardegna: un pasto tipico della Cucina Sarda

Le caratteristiche principali della gastronomia sarda sono sapori schietti, aromi forti e prodotti genuini.

Piatti di tradizione millenaria legati al mare ma soprattutto al mondo agro-pastorale.

Le ricette tipiche evidenziano in molti casi l’accoglienza di tradizioni culinarie di antichi invasori e di più recenti presenze dominatrici o ospiti, come i catalani ad Alghero o i tabarchini-pegliesi di Carloforte.

Certo è che in un pranzo tipico sardo rappresenta un vero e proprio attentato alla linea ed è facilissimo superare le calorie consentite in un regime alimentare bilanciato! Ma considerando la soddisfazione a fine pasto come si fa a rinunciare?

Piatti tipici della Cucina Tipica Sarda per gli amanti della carne

Partiamo dagli antipasti e i primi: cosa ne dite di iniziare con cibi tipici del Sulcis e della Barbagia, come salsiccia stagionata di maiale o di cinghiale accompagnata con pecorino stagionato e il pane guttiau, che altro non è che un tipo particolare di pane carasau con olio e sale?

Si potrebbe poi continuare con primi piatti come la fregola di carne o i malloreddus con sugo di cinghiale e abbondante pecorino tipico del cagliaritano oppure ancora con dei culurgiones con ripieno di formaggio o patate tipici dell’Ogliastra.

Potrebbe anche arrivare la rinomata zuppa gallurese a base di pane e formaggio. Solo a pensarci, la salivazione aumenta!

Ottimi i secondi di carne arrosto o allo spiedo come porcetti, agnelli e capretti, tipici delle zone interne dell’isola dove la pastorizia è l’attività principale, oppure la pecora o il capretto bollito, diffuso invece in Gallura.

A Sassari potresti anche avventurarti ad assaggiare le lumache, cucinate in modi differenti. Il tutto rigorosamente innaffiato da ottimo vino sardo corposo d’annata: il Cannonau di Dorgali o di Oliena, il Monica di Sardegna o il Nepente di Oliena solo per fare qualche esempio.

Amate i piatti di mare e volete gustare piatti tipici della Cucina Sarda?

Se invece amate i piatti di mare, l’antipasto per eccellenza da scegliere è la bottarga (definita come “il caviale sardo”), uova di tonno o di muggine schiacciate, cosparse di sale e essiccate.

Fregola ai frutti di mare, Sardegna
Fregola ai frutti di mare, Sardegna

Come primo una fregola servita con un brodo a base di arselle detta fregula cun cocciula. Oppure perché non assaggiare ottime aragoste da mangiare come secondo o da abbinare a un primo di pasta lunga, magari con i ricci di mare? I ricci di mare sono un piatto tipico soprattutto del cagliaritano. Assaporateli accompagnati da un vino Torbato bianco, fresco al punto giusto.

Frutta e dolci della Cucina Tipica Sarda

Seadas, dolce tipico della Sardegna
Sebadas, dolce tipico della Sardegna

La frutta è rigorosamente di stagione e si mangia per rinfrescare un po’ lo stomaco, mentre il caffè serve per svegliare chi si sente appesantito o chi inizia a subire l’effetto del vino bevuto! Ultime pietanze, in un pasto tipico della Sardegna, alle quali non si può dire di no, sono i diversi tipi di dolci con mandorle e sapa che concludono il pasto insieme a ricottelle o formaggelle o pardule e, magari una bella sebadas:

Pardula, Dolce tipicp della Sardegna con ricotta e zafferano
Pardula, Dolce Sardo con ricotta e zafferano

una sorta di grosso raviolone ripieno di formaggio fuso aromatizzato con scorza di limone, fritto e servito con zucchero o miele.

Liquori e digestivi tipi sardi

Mentre si mangiano i dolci sarebbe un peccato non assaggiare un bicchierino di Malvasia: vino bianco da dessert considerato tra i migliori di tutta l’Italia.

Alla fine un digestivo è d’obbligo e qui la scelta, come del resto in tutto il pasto, è ampia: crema di limone o limoncino, mirto bianco o rosso o se proprio volete digerire in fretta, un bel bicchierino del famosissimo filu’e ferru!

Ovviamente questo non rappresente un normale pasto quotidiano ma in Sardegna ogni occasione è buona per organizzare pranzi o cene dove la gioia maggiore è quella di stare in compagnia e di godere di pietanze che durante l’anno non si ha il tempo e forse nemmeno la voglia di preparare.

Per questo un buon agriturismo a conduzione familiare, dove si ha un maggior numero di possibilità di mangiare cibi sani e cotti secondo buona tradizione, è la prima tappa di un viaggio in Sardegna,

Sono innumerevoli anche i ristoranti con menù tipico sardo. Da non sottovalutare è anche l’accoglienza questo tipo di locali riservano e l’atmosfera che si respira… difficile da descrivere, bisogna provarla!

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Sardegna al Vinitaly: 71 cantine isolane a Verona per la 51esima edizione del Vinitaly

10 Aprile 2017 – La Sardegna vinicola si mette in mostra a Verona alla 51 esima edizione del Vinitaly: 4 giorni per conquistare i palati più esigenti.

Sardegna Vinitaly 2017
Sardegna Vinitaly 2017

Ieri, 9 Aprile 2017, alla prima giornata della cinquantunesima edizione del Vinitaly, la Sardegna tra le protagoniste.

Ricordiamo che il Vinitaly, il Salone internazionale del vino e dei distillati, e’ la rassegna enologica più importante al mondo che raccoglie oltre 4200 espositori, 50 mila operatori stranieri di 140 nazioni e oltre 130 mila visitatori attesi in questa 4 giorni di fiera.
La Sardegna enologica è presente:
  • al padiglione 8 degli spazi di Veronafiere con 71 cantine inserite nello stand istituzionale,
  • in diverse zone con altre 27 aziende esterne alla Collettiva regionale.
Lo stand del padiglione 8 è stato rinnovato nello stile e nel racconto che accompagna i visitatori lungo la tradizione vitivinicola isolana ha accolto le esposizioni di “Sardegna isola inebriante. Aromi, storia e natura. Un viaggio alla scoperta dei vini e dei produttori sardi”.
Vinitaly 2017 le cantine della sardegna al vinitaly 2017
La Sardegna al Vinitaly 2017

“La Sardegna sta investendo molto nel settore vitivinicolo perché ci crede, perché l’agricoltura deve tornare al centro dell’agenda dell’attività politica ed essere un settore trainante della nostra Regione. Vinitaly è una occasione importantissima per presentare al mondo i nostri vini e tutte le aziende, che hanno dato disponibilità, sono oggi presenti a Verona”, dice l’assessore regionale dell’Agricoltura, Pier Luigi Caria.

Cantina di Tempio al Vinitaly 2017
Cantina di Tempio al Vinitaly 2017

L’assessore Caria, dopo un briefing con la stampa estera, ha invitato i presenti a prendere contatto con gli imprenditori sardi e a degustare i vini che raccontano l’Isola della qualità della vita, l’Isola dei Centenari: dal Cannonau al Carignano, dal Vermentino alla Vernaccia e al Bovale, passando per il Nuragus, la Malvasia e il Moscato. Spazio anche alla consegna del “Premio Angelo Betti” con la Medaglia Cangrande 2017 all’imprenditrice olbiese Daniela Pinna, titolare delle Tenute Olbios e presidente del Consorzio di Tutela del Vermentino di Gallura, l’unica DOCG della Sardegna.

Di seguito l’elenco omlpleto di tutte le cantine sarde che partecipano al Vinitaly 2017:

  1. Corda Antonella Azienda Agricola Serdiana;
  2. Tenuta Asinara – Marritza (Sorso);
  3. Cantine di Dolianova;
  4. Argiolas – Serdiana;
  5. Capichera – Arzachena;
  6. Ferruccio Deiana – Settimo San Pietro;
  7. Melis Azienda Agricola – Terralba;
  8. Cantina Giampietro Puggioni – Mamoiada;
  9. Mesa – Sant’ Anna Arresi; C
  10. antina Santa Maria La Palma – Alghero;
  11. Vitivinicola Antichi Poderi – Jerzu;
  12. Surrau – Arzachena;
  13. Siddura – Luogosanto;
  14. Pala – Serdiana;
  15. Audarya di E.P. – Serdiana;
  16. Cherchi Giovanni Maria Azienda Vinicola – Usini;
  17. Argei Le Fattorie Renolia – Gergei;
  18. Locci Zuddas Antonio – Monserrato;
  19. Contini – Cabras;
  20. Cantina Del Mandrolisai – Sorgono;
  21. Andrea Ledda – Bonnanaro;
  22. Azienda Agricola Tondini – Calangianus;
  23. Agricola Punica – Santadi.
  24. Sedilesu Giuseppe Società Agricola – Mamoiada;
  25. Mora&Memo – Serdiana;
  26. Vike Vike – Mamoiada;
  27. Atea Ruta Poderi – Dorgali;
  28. Donna Adelasia – Olbia;
  29. Azienda Agricola Montespada – Trinità D’Agultu e Vignola;
  30. Azienda Vitivinicola Chessa – Usini;
  31. Bresca Dorada – Muravera;
  32. Cantina Del Bovale – Terralba;
  33. Cantina Del Vermentino – Monti;
  34. Cantina Delle Vigne di Piero Mancini – Olbia;
  35. Cantina di Calasetta;
  36. Cantina di Quartu;
  37. Cantina Gallura – Olbia;
  38. Cantina Giba;
  39. Cantina Il Nuraghe – Oristano;
  40. Cantina Li Duni – Olbia;
  41. Cantina Li Seddi di Stangoni Monica – Olbia;
  42. Cantina Pedres – Olbia;
  43. Cantina Santadi;
  44. Cantina Sociale della Vernaccia – Oristano;
  45. Cantina Sociale di Monserrato;
  46. Cantina Sociale Dorgali;
  47. Cantina Sociale Ogliastra;
  48. Cantina Tani – Olbia;
  49. Cantina Trexenta – Cagliari;
  50. Cantine di Dolianova;
  51. Cantine Sardus Pater – Carbonia;
  52. Carpante Azienda Agricola – Sassari;
  53. Colle Nivera – Nuoro;
  54. Consorzio San Michele – Olbia;
  55. Deaddis Giovanni Luigi Azienda Agricola – Sassari;
  56. Fradiles Vitivinicola – Nuoro;
  57. Fratelli Rau di Rau Giovanni Mario – Sassari;
  58. Gabbas Giuseppe Azienda Agricola – Nuoro;
  59. Lucrezio R. distilleria – Berchidda;
  60. Meloni Vini – Selargius;
  61. Poderi Parpinello – Sassari;
  62. Rigàtteri – Alghero;
  63. Silvio Carta – Zeddiani.
  64. Un Mare di Vino di Sini Gioacchino – Olbia Tempio;
  65. Soletta Tenute – Tissi;
  66. Su ‘Entu Cantine – Sanluri;
  67. Tenute Gregu di Gregu Raffaele – Olbia Tempio;
  68. Tenute Olbios – Olbia Tempio;
  69. Vigne Deriu – Sassari;
  70. Vitivinicola Alberto Loi – Cagliari;
  71. Tenute Sella & Mosca – Alghero; Cantina Oliena;
  72. Cantina Giuseppe Sedilesu – Mamoiada;
  73. Olianas – Gergei;
  74. Cantina Castiadas;
  75. Nuraghe Crabioni – Sassari;
  76. Bastiano Ligios – Sassari;
  77. Parco di Castiadas – Cagliari;
  78. Distillerie Lussurgesi – Santu Lussurgiu;
  79. Tenute Carlo Pili – Cagliari;
  80. Tanca Gioia Carloforte;
  81. Quartomoro di Sardegna – Arborea;
  82. Viticoltori Della Romangia – Sassari;
  83. Binzamanna – Martis;
  84. Pedra Majore – Monti;
  85. Cantine Mastio – Nuoro;
  86. Tenute Delogu – Sassari;
  87. Cantina Castiglia Sassari;
  88. Cantina Arvisionadu – Benetutti;
  89. Liquoreria Collu – Cagliari;
  90. Bingiateris – Nuoro;
  91. Vini Mura – Olbia Tempio;
  92. Accademia Olearia-Tenute Fois – Alghero;
  93. Tenute Smeralda di Cocco Francesca – Cagliari;
  94. Mulleri – Cagliari;
  95. Tenuta Muscazega – Luras;
  96. Tenute Dettori Società Agricola Semplice – Sassari;
  97. Vi.Te. Vignaioli & Territori – Sassari;
  98. Contini – Azienda Vinicola Attilio Contini – Oristano;
  99. Cantina Del Giogantinu – Berchidda.
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Orgosolo, i Murales e “Sa Candelaria”

Orgosolo , paese della Sardegna con circa 4500 abitanti, deriva il suo nome dal greco orgàs terreno fertile e ricco d’acque. Piccolo centro della Barbagia che sorge ai piedi del Monte Lisorgoni, a 18 km da Nuoro.

Caratteristiche di Orgosolo: Natura e Murales

Murales per le vie di Orgosolo, Sardegna
Murales per le vie di Orgosolo, Sardegna

Paese caratteristico della zona interna con vie strette e ripide ove sorgono, addossate l’una all’altra, case in granito quasi sempre ad un piano, con piccoli cortili interni. Nelle facciate delle case si possono ammirare i famosi murales che trattano tematiche a sfondo politico sociale esprimendo il malessere, l’isolamento dei paesi dell’interno, la protesta sociale verso la Regione e lo Stato.

Murale ad Orgosolo, Sardegna
Murale ad Orgosolo, Sardegna

I murales sono, insieme alla natura, gli elementi di maggior attrazione per i visitatori.

Orgosolo è circondato da una natura incontaminata, tra le più suggestive dell’isola. Il Supramonte di Orgosolo offre un paesaggio vasto e vario; si passa da boschi secolari di lecci, tassi, aceri, ginepri, roverelle, macchie di eriche, a valloni, rocce, aspri dirupi e vaste praterie. Nelle zone più alte abbonda il timo e il rosmarino. Qui crescono rare specie botaniche quali il ribes sandaliotico, l’aquilegia, il sorbo montano, la ginestra etnense e la splendida peonia selvatica. Tra la fauna si segnalano aquile, l’avvoltoio monaco, grifoni, falchi che nidificano nelle pareti rocciose, qualche esemplare di muflone, gatti selvatici, cinghiali, volpi, martore, donnole e qualche ghiro.

I murales di Orgosolo in Sardegna
I murales di Orgosolo in Sardegna

Il villaggio è citato nella metà del XIV sec. tra le parrocchie della diocesi di Suelli che versavano le decime alla curia romana. Appartenne alla curatoria dei Dore. Inoltre anche i suoi rappresentanti nel 1388 firmarono la pace tra Eleonora d’Arborea e Giovanni d’Aragona. Numerosi gli edifici religiosi: la chiesa parrocchiale di S.Pietro, costruita nel XIV secolo ma che si presenta oggi nei rimaneggiamenti subiti nel XVIII sec. e l’Oratorio di Santa Croce al cui interno è custodito un crocifisso ligneo del 1600.

Sa Vardia: La corsa equestre in occasione della festa della Beata Vergine Assunta

Sa Vardia di Orgosolo - Folklore Sardegna, Festa Beata Vergine Assunta Orgosolo Sardegna
Sa Vardia di Orgosolo – Folklore Sardegna

Particolare attenzione merita la festa della Beata Vergine Assunta, edificata nel 1634 la cui festa dal 13 al 18 agosto attira numerosi turisti per seguire la suggestiva e molto sentita processione notturna in costume e la spericolata corsa equestre detta Sa Vardia. Per l’occasione si aprono le cumbessias che circondano la chiesa della Beata Vergine Assunta, si organizzano balli e canti sardi.

Gastronomia ed Economia nella zona di Orgosolo

Ricca e genuina la gastronomia locale: il pane carasau, su pani modde, il miele, i formaggi, i salumi, gli arrosti, il torrone, gli ottimi dolci quali s’aranzada, i papassini le urillettas ( treccioline di pasta fritte), il vino Vermentino e il Cannonau, il mirto.

L’economia si fonda sulla pastorizia e l’agricoltura (uliveti e vigneti) l’attività di forestazione e, di recente ha assunto importanza crescente il turismo grazie alle bellezze naturali del territorio orgolese compreso Parco del Gennargentu.

Il vestito sardo di Orgosolo
Vestito Sardo di Orgosolo, Sardegna
Vestito Sardo di Orgosolo

Bellissimo il costume locale femminile, in seta e broccato, ricco di ricami ornamentali geometrici a colori vivaci fatto con la seta prodotta ad Orgosolo. C’è, infatti, una famiglia che si dedica ancora alla coltivazione della pianta del gelso e alla lavorazione della seta: il copricapo su lionzu è poi colorato con lo zafferano. Il popolo di Orgosolo è gente fiera e orgogliosa, intelligente, rispettosa dei tesori naturali e spirituali della propria terra, conserva le antiche tradizioni tra cui quella de Sa Candelaria.

Sa Candelaria
Orgosoloso, Sa Candelaria, Sardegna
Orgosoloso, Sa Candelaria

Nella mattina del 31 dicembre, per le strade e le viuzze di orgosolo è un continuo via vai di bambini che di casa in casa chiedono “Sa Candelaria“. Tutti gli usci sono aperti indistintamente per ogni bambino, che riceverà su coccone (il pane preparato appositamente), assieme a frutta, biscotti e una somma di denaro più o meno consistente, a seconda del grado di parentela intercorrente fra chi chiede e la donna che offre la Candelaria.

Fino a mezzogiorno l’allegra richiesta: “A no-l-la dazes sa candelaria?” (ci date la candelaria?) segna piacevolmente la tranquillità mattutina.

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Sa Candelaria, Orgosolo
Sa Candelaria, Orgosolo

alle case si vedono entrare e uscire bambini e bambine a gruppi di due o tre, rossi in viso e ansanti per la fatica di dover trasportare il sacchetto di tela bianca colmo di lecornie, che via via si fa più pesante, e se i più grandi procedono di fretta per riuscire a realizzare il maggior numero di carichi possibili, fa tenerezza vedere i piccini sbandare sotto il peso del sacchetto semipieno, con l’aria smarrita di chi non sa dove sono le “piazze migliori”, dove potranno ricevere più dolci, coccones e soldi. Se prima, quando il paese era meno esteso con un minor numero di abitanti alcuni riuscivano a entrare nella quasi totalità delle case, oggi si riesce a percorrere un numero limitato di rioni, anche se quando il sacchetto è pieno, i bambini provvedono a scaricare il tutto a casa di pomeriggio. La candelaria ha una continuazione nelle ore notturne, quando gruppi più o meno numerosi di giovani e adulti si recano a casa degli sposi che nell’anno morente hanno celebrato il matrimonio. All’ingresso delle abitazioni ogni comitiva intona canti augurali per un buon principio dell’anno e perché la coppia possa avere quanto prima uno o più figli e richiedere anche su coccone per amore del bambino Gesù. Dopo il canto ci si accomoda nel salotto degli sposi che, in cambio degli auguri offrono dolci e liquori. L’andirivieni dei gruppi si protrarrà fino alle prime ore del mattino successivo.

L’origine di questa tradizione si perde nei tempi passati, si sa solamente che nel secolo scorso da parte delle famiglie benestanti (in verità poche) del paese veniva effetuata una distribuzione di coccones, lardo, salsicce, ricotta a tutti quelli che bussavano alle loro porte. La questua si svolgeva la notte perché non ci fosse la possibilità di essere riconosciuti, i questuanti, non solo di Orgosolo, ma anche dei centri vicini, erano ricoperti da berretti e da sas peddes se uomini o da scialli se donne. Circa l’etimologia del nome si può pensare alla metatesi di Kandelaria, feste dell’inizio dell’anno a Roma antica. Il rito del candelario (dono delle calende di gennaio) è documentato nei centri (Gavoi, Olzai) e trova analogia con quelli di su pane e binu a Oliena e de su mortu-mortu a Nuoro per la festa di Ognissanti e collegamenti con le questue di Hallowen nel medesimo periodo. Il 16 e il 17 gennaio si ripete per S. Antonio Abate il culto pagano del fuoco: si gusta il dolce preparato per l’occasione “su pistiddi” a base di pasta sfoglia con semola e miele. Merita certamente una visita la casa natale della martire orgolese Antonia Mesina che riposa nella cripta della chiesa del SS. Salvatore. La festa in suo onore si celebra il 17 maggio, giorno del suo martirio, nelle campagne fuori dal paese. La prima domenica di giugno si festeggiano Sant’Egidio e Sant’Anania nella chiesa campestre (XVI /XVIII sec.), che sorge nel luogo ove i due santi furono martirizzati.

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Portoscuso e la Tonnara di Su Pramu

Portoscuso, paese di circa 5000 abitanti è conosciuto come località turistica e balneare ma soprattutto per la tonnara, dove ogni anno nel mese di maggio si ripete il rito della mattanza, cioè della cattura dei tonni con metodi tradizionali al largo di Capo Altano.

La Tonnara rimane in pesca da aprile fino a giugno inoltrato quando, nella chiesetta di Su Pranu, si celebra una messa solenne in onore di Sant’Antonio, patrono della tonnara, e susseguente distribuzione di tonno, cucinato secondo le tradizioni locali.

Torre di Portoscuso, Sardegna
Portoscuso, Sardegna

Nel centro abitato di Portoscuso, molto interessante è la villa “Su Marchesu”, costruita nel 1912 dal marchese Pes di Villamaria, per la presenza, nel giardino, di alcune piante esotiche.

Percorrendo il lungomare Cristoforo Colombo si trovano alberghi, ristoranti, luoghi di ristoro, e un moderno porto turistico, dotato di tutti i servizi, che può ospitare circa 400 imbarcazioni. Il mare si estende da punta de S’alliga a Guareneddu, con le coste rocciose e frastagliate che si alternano a spiagge di finissima sabbia quali Is Canneddas, sa Caletta e Portupaleddu.

Mare di Portoscuso, Sardegna
Mare di Portoscuso, Sardegna

La purezza delle acque e la varietà delle coste favoriscono la presenza di vari e preziosi esemplari endemici di flora e fauna, mentre nell’entroterra è facile osservare il falco comune, il falco pellegrino, la poiana, la pernice, tortore, storni e quaglie.

La cucina di Portoscuso è prevalentemente a base di pesce con una particolare attenzione per il tonno che viene proposto in tantissimi modi e in prelibate ricette.

La Tonnara di Su Pramu

Dalla seconda metà di aprile fino a giugno inoltrato, Portoscuso vive un evento unico e raro al Mondo che vede il suo epicentro nella tonnara.

Vecchia Tonnara diPortoscuso, Sardegna
Vecchia Tonnara diPortoscuso, Sardegna

A partire dal mese di aprile infatti, i pescatori noti come “tonnarotti”, si occupano con cura della riparazione delle barche e delle reti preparando quanto necessario per la cattura dei tonni.

Grazie a un gruppo di imbarcazione e ad una spessa rete divisa in scomparti o “camere”, i tonni raggiungono in mezzo al mare, la cosiddetta “camera della morte”.

Si tratta della parte finale delle reti che, sollevata dai pescatori, consente di pescare a pelo d’acqua i grandi tonni che non di rado superano i cinquecento chilogrammi di peso.

Portoscuso, Tonnara di Su Pramu
Portoscuso, Tonnara di Su Pramu

Per realizzare Su Pranu , la tonnara di Portoscuso che esercita un fascino irresistibile sui visitatori, si interessò personalmente il re di Spagna Filippo II che nel XVI secolo rimase colpito dai numerosi banchi di tonni nel mare di Portoscuso.

La tonnara di Su Pranu era una fortezza autonoma munita di tutto ciò che doveva renderla indipendente dall’esterno. Infatti era fornita di:

  • un forno, un magazzino per la conservazione della farina, dei cereali, dell’olio e del vino;
  • officine per la costruzione dei chiodi e della ferramenta, per la riparazione degli attrezzi della pesca e degli arnesi per la filatura delle funi.
Tonnara di Su Pramu, Portoscuso, Sardegna
Tonnara di Su Pramu, Portoscuso, Sardegna

Vi era il palazzotto e le relative abitazioni dei tonnaroti, “is baraccas”.

In difesa della tonnara dalle incursioni barbaresche venne costruita la cinquecentesca torre spagnola in scura pietra rachitica, come punto di avvistamento.

Fuori dal perimetro della tonnara fu edificata la chiesa dedicata alla Madonna d’Itria, patrona di Portoscuso, risalente al 1655.

Ricostruita negli anni ’50, all’interno conserva due dipinti del 1600 ed alcuni pregevoli simulacri lignei.

Portoscuso e la Tonnara di Su Pramu
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Pastori Sardi con mille pecore a Cascia in Umbria: Sa Paradura, donazione di capi a chi ha perso il gregge

‘Sa Paradura’, straordinario gesto di solidarietà dei pastori sardi che hanno donato 1000 pecore ai loro colleghi terremotati della Valnerina.

1 Aprile 2017 – In Sardegna la tradizione della “sa paradura” vuole che, quando un pastore è in difficoltà, gli altri donino una pecora a testa per ricompattare il gregge. Così i pastori sardi hanno regalato 1000 pecore agli agricoltori terremotati del Centro-Italia.

Sa paradura: Cascia, nel centro Italia, in festa per le mille pecore dalla Sardegna donate dai pastori sardi

Qui Olbia – Sa Paradura dei Pastori Sardi

Mille Pecore dai Pastori Sardi ai Pastori dell'Umbria Sa Paradura Sardegna
Mille Pecore dai Pastori Sardi ai Pastori dell’Umbria Sa Paradura Sardegna

La solidarietà dei pastori sardi varca i confini del Tirreno, parte da Olbia in Sardegna e abbraccia i pastori terremotati di Cascia, ai quali domenica 2 aprile saranno donate mille pecore e tanto affetto. Il mutuo soccorso dei pastori, “sa paradura“, questa volta ha trovato alleati in tante associazioni, imprese ed enti pubblici.

Cos’è Sa Paradura

Si tratta di un gesto di solidarietà comunitaria del mondo pastorale che vedeva mobilitati i pastori ogni qualvolta un collega per calamità naturali o per i più svariati motivi perdeva il suo gregge. L’intervento sociale dei confinanti e degli amici con la donazione di una pecora ciascuno, gli dava la possibilità di ricominciare.

Da chi nasce questa iniziativa dei Pastori Sardi verso i Colleghi Umbri
Sa Paradura: Mille Pecore sarde in Umbria
Sa Paradura: Mille Pecore sarde in Umbria

L’iniziativa nata da un’idea da Gigi Sanna pastore e leader del gruppo musicale Istentales è stata subito sposata dalla sua organizzazione, Coldiretti Sardegna insieme ai pastori e altri sui soci: la cantina Silattari e l’azienda agricola Monreale, oltre alla sezione sarda della Prociv Italia e alla Cassis (Corpo di soccorso ausiliario internazionale San Silvestro). A loro si sono uniti tantissimi altri enti, associazioni e imprese. A cominciare dall’Agenzia Agris che ha ospitato e accudito le pecore arrivate da ogni angolo della Sardegna nel proprio centro a Bonassai.

La necessità di aiuto a causa del sisma che ha colpito l’Italia centrale

Il sisma che ha colpito l’Italia centrale ha causato anche una strage di animali e tantissimi disagi per gli allevatori. Da qui l’iniziativa de “sa paradura” per portare a Cascia mille pecore e donarle ai pastori. Un piccolo gesto di solidarietà per mostrare la vicinanza del mondo pastorale sardo ai colleghi. L’iniziativa ha trovato la risposta e l’adesione di oltre 600 pastori di circa 150 Comuni.

Qui Cascia -L’arrivo dei Pastori Sardi e delle loro Mille pecore a Cascia in Umbria

Dalla Sardegna MIlle Pecore ai Pastori dell'Umbria
Dalla Sardegna MIlle Pecore ai Pastori dell’Umbria

Folclore, festa,promozione del territorio ma soprattutto solidarietà: c’è tutto questa nella Fiera del capo lanuto di Cascia e nella Sa Paradura che da ieri sta legando la Sardegna all’Umbria. Un evento da non perdere, iniziato ieri mattina con l’apertura degli stand a piazzale Papa Leone XIII e culminato con l’arrivo – emozionante – dei tre tir che dalla Sardegna hanno trasportato fino in Umbria  ed alla città di Santa Rita le mille pecore che i pastori sardi hanno voluto donare a quelli casciani. Un atto di solidarietà concreto – che nella tradizione sarda corrisponde alla pratica della Sa Paradura – verso le popolazioni colpite dal terremoto.

Il dono del Maxigregge

Il dono del maxigregge – spiega in una nota Coldiretti – è stato possibile grazie ad una operazione logistica organizzativa senza precedenti coordinata dalla Coldiretti con l’arrivo di pecore da tutta la Sardegna, accolte in Umbria dal presidente e dal direttore della Coldiretti regionale, Albano Agabiti e Diego Furia.

Un gesto di solidarietà che acquisisce ancora maggiore valore se si considera che tantissimi pastori si sono privati di parte del proprio gregge nonostante la drammatica situazione di crisi che sta vivendo l’allevamento in Sardegna dove si trova il 40% delle pecore italiane.

Pastori Sardi con mille pecore a Cascia in Umbria: Sa Paradura, donazione di capi a chi ha perso il gregge
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Arti Minori della Sardegna: l’Intaglio e l’Oreficeria

Oreficeria in Sardegna
Oreficeria in Sardegna
Fede, Sarda Oreficeria della Sardegna
Fede, Sarda Oreficeria della Sardegna

Fiorirono, nell’isola, l’arte dell’intaglio e l’oreficeria, che ebbero, massime quando la pittura e la scultura decaddero, un’importanza superiore a queste.

Oltre le cornici di stile gotico-fiorito, che inquadrono le tavole dei Cavaro e del Muru, rimangono molti simulacri di legno dorato, sparsi nelle chiese sarde, esemplari interessanti di un’arte semplice ma efficace, come le Madonne della Cattedrale e di Nostra Signora di Bonaria in Cagliari; della cattedrale di Oristano, di Santa Maria di Ardara, di San Pietro in Sassari. Gli intagli in legno ed i ferri battuti della chiesa secentesca di San Michele di Cagliari si fanno notare per la loro ricchezza ed eleganza, in mezzo alla mediocrità dei quadri, degli affreschi, delle sculture.

Arte dell'Intaglio della Sardegna
Arte dell’Intaglio della Sardegna

Nell’Isola dell’argento, l’arte dell’orafo fiorì con caratteri propri e continuità di tradizione artistiche. I più antichi cimeli, come la croce processionale in San Francesco d’Oristano (XIVsec.), si accostano ai modelli toscani. L’abilità degli argentari di Cagliari, la cui corporazione forse risale al trecento, meritò di venire apprezzata anche fuori dell’Isola, come dimostra la croce processionale del Duomo di Salemi in Sicilia, dovuta a Giovanni Cioni, artefice di Cagliari. Nel XV secolo, gli argentari sardi si ispirarono ai modelli spagnoli, come provano il crocione della cattedrale cagliaritana, mirabile per ricchezza ed eleganza, che imita la celebre croce di Linares, in spagna, il reliquario della cattedrale di Ales e le centinaia di croci sparse nei villaggi sardi, le quali continuarono la tradizione gotica aragonese. Da questa, come nell’architettura, si passò, senz’altro, al barocco.

Oreficeria in Sardegna - Anello in oro
Oreficeria in Sardegna – Anello in oro

A lato dell’oreficeria religiosa, si sviluppò la lavorazione degli ornamenti muliebri, che presentano uno speciale interesse etnografico. L’oreficeria punica dovette ispirare i primi modelli, che con lievi alterazioni, si perpetuarono fino ai nostri giorni nei bottoni, nei pendenti e nelle collane di cui si adornano le donne.

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Il Costume Tradizionale Sardo

In questa sezione trovi notizie su alcuni dei meravigliosi costumi tradizionali Sardi. Purtroppo non possiamo elencarli tutti ma vorremmo aggiungerne di nuovi se credete che questa parte del sito non renda giustizia al costume del vostro paese o città e volete aggiungere informazioni o foto contattateci saremo ben lieti di accontentarvi.

Il costume Sardo: introduzione

Vestito Tradizionale Sardo
Vestito Tradizionale Sardo

Il costume della Sardegna non è casuale od un oggetto di lusso da indossare nei giorni di festa, ma è l’abitudine quotidiana di un popolo che ha tramandato di generazione in generazione la sua caratteristica espressione di un antico modo di abbigliarsi. Erano soprattutto le donne con i vecchi a portare quotidianamente il costume, fossero modesti lavoratori o persone che vivevano nell’agiatezza.

Il costume sardo è indubbiamente la manifestazione folkloristica meridionale dove più trovansi tracce sicure di una civiltà schiettamente mediterranea.

Nella maggior parte dei costumi, le donne sovrappongono alle vesti il grembiule, che pur non essendo sempre di fattura antica, ripropone un’usanza antichissima di tutti i tempi e di tutti i popoli. I modelli più singolari appartengono ai costumi di Nuoro e di Orgosolo; in questi i disegni più strani e curiosi si alternano con note di colore fatte sbocciare sulla stoffa con abile accorgimento.

Vestito Sardo di Orgosolo, Sardegna
Vestito Sardo di Orgosolo

I costumi della Sardegna sono in genere molto colorati, impreziositi da ricami e da gioielli di ispirazione ispano-moresca, spesso anche in contrasto con la povertà dei paesi d’origine. assai diversi l’uno dall’altro per vari elementi caratteristici, i costumi hanno motivi ricorrenti.

Nei costumi femminili il capo è coperto da un velo, una cuffia o uno scialle, le gonne sono lunghe e plissettate, mentre per quanto riguarda il grembiule è solitamente ricamato.

Vestito Sardo di Desulo, Sardegna
Vestito Sardo di Desulo, Sardegna

Più tipico è singolare per la sua fissità è il costume maschile, che era indossato in tutte le stagioni, il quale è composto di pochi elementi aventi indubbiamente fra di loro una comune origine. Vissuti da secoli nella consuetudine agreste od in quella pastorale, gli uomini hanno tramandato quel costume nel quale nulla è superfluo, adattandosi ai bisogni, allo spirito di conservazione ed alla difesa personale che l’ambiente suggeriva. Accanto agli indumenti di pelle di agnello, più o meno trapunti di ricami, ed a quella specie di giustacuore di cuoio, senza maniche, stretto al busto con cinture di pelle, il costume maschile comprendeva i calzari di orbace, le larghe brache di tela bianca, il corpetto nero o scarlato adorno di doppi bottoni di argento, la gabbanella o corta giacca, anchessa nera munita di capuccio, la mastrucca ed il berretto frigio (“sa berritta”).

Costume Tradizionale di Oristano, Sardegna
Costume Tradizionale di Oristano, Sardegna

Il costume maschile, pittoresco nel contrasto delle sue forti tonalità, è segnatamente caratterizzato da una camicia, finemente ricamata, ad ampie maniche, munita di un alto colletto inamidato, anchesso tutto cosparso di ricami, aperto davanti, ma tanto ampio da rendere i movimenti del collo un pò impacciati.

L’assortimento dei costumi della Sardegna, il più vasto dell’area mediterranea, è dovuto alla difficoltà di comunicazione del passato, che ha impedito la mistione degli abiti. Le sagre di ringraziamento ai santi hanno poi costituito occasioni di incontro tra i paesi dell’isola presenti agli appuntamenti periodici nei loro costumi tradizionali contribuendo in tal modo alla loro conservazione.

Comunque i costumi che vediamo sfilare oggi non sono modelli molto antichi, molti abiti sono andati perduti per l’usanza di tumulare i propri cari con l’abito della festa. L’Ottocento è il secolo in cui i popolari vestiti sardi iniziano ad assumere la specifica fisionomia. In questo secolo, molti stranieri, nei loro appunti di viaggio, ci forniscono un patrimonio iconografico che unito alle pitture dei sardi Enrico Costa e Simone Manca ci permettono di ricostruire le antiche vestiture tradizionali .

Al costume sardo sono strettamente legati i gioielli (collane, catene, ciondoli, amuleti, ecc) che le donne sarde conservano con religiosità e si tramandano di generazione in generazione come fossero cose più sacre che preziose.

Costumi Sardi Manca

Il 6 giugno 1862 Sassari accoglieva festante i Principi Umberto e Amedeo di Savoia che <>.

Questa sosta – a distanza di un anno dalla proclamazione del Regno d’Italia – non fu certo priva di significato politico, quasi a confermare, come scrive un cronista dell’epoca, che la <>.

Le tre giornate trascorse dai Principi a Sassari sono riassunte da Enrico Costa, con un certo distacco e con la tipica sua fedeltà di cronista attento e preciso, nella sua opera <>.

Costume tipico della zona da Sassari, Sardegna
Costume tipico della zona da Sassari, Sardegna

Era Sindaco della Città Don Simone Manca di Mores, uomo colto ed amabile appartenente ad una delle più illustri ed antiche casate della Sardegna, che fece da par suo, gli onori di casa nel ricevere i due giovani Principi.

Tra l'<>, che faceva ala al corteo, spiccavano i caratteristici costumi dei membri dei gremi – antiche corporazioni artigiane – e quelli non meno pittoreschi degli abitanti dei paesi circonvicini. L’originalità degli abbigliamenti, specie femminili, e la fantasmagoria dei colori non fuggì al principe ereditario.

Egli, come ebbe a ricordare poi lo stesso Sindaco, ne restò così conquistato che si <> e Don Simone aggiunse che <>.

Vestito di Desulo, Sardegna
Vestito di Desulo, Sardegna

Alla promessa, rispose inviando un Album di stupendi acquerelli, oggetto di questo nostro nuovo contributo alla ricerca, allo studio e alla diffusione delle fonti dell’iconografia dell’Isola.

La presentazione premessa ai dipinti, non reca la data; al contrario i singoli acquerelli sono tutti datati tra gli anni 1869 e 1876.
Questi acquerelli sono dunque anteriori a quelli compresi nell’Album dedicato alla Figlia Luigia, intitolato <> pubblicati con il titolo <>.

La raccolta fu inviata al Principe con ogni probabilità entro l’anno 1876 e cioè ben quattordici anni dopo la sua sua visita a Sassari e Don Simone Manca si scusa del ritardo scrivendo, nella sua presentazione, che, <>.

Se lungo fu l’indugio, l’opera raggiunse pienamente, per i suoi pregi, gli itenti che la ispirarono.

Sull’arte di acquerellista di Simone Manca è significativo il giudizio dell’illustre storico dell’arte Valerio Mariani, il quale – nella disamina quell’altro insieme assai più numeroso di acquerelli del nostro Autore, riguardanti lo stesso tema, riuniti nell’Album per la Figlia – afferma che dobbiamo <> della sua terra.

Ed invero, anche i sedici aquerelli che compongono questa Raccolta, lasciano ammirati per la bellezza delle immagini e la raffinata scelta dei soggetti, per la felice ambientazione, per l’incisiva accuratezza del disegno – che nella riproduzione dei costumi raggiunge la perfezione della miniatura – e per l’assiduo impegno nell’avviare gli effetti coloristici di ciascuna composizione.

L’interesse iconografico di questi fogli è accresciuto nell’inserimento delle figure nel paesaggio isolano. Delicato ricercatore, specie dei tipi e delle figure femminili – ogni volto è un ritratto – compositore accurato di gruppi, egli colloca, in genere, le sue immagini all’aperto, sullo sfondo di un cielo terso sul far del mattino o nella grande pace del meriggio o nelle notti di plenilunio, negli ampi e tipici scenari della terra sarda, più di rado negli interni. Ma, come ancora osserva Mariani, <>.

Mentre nell’Album più sopra ricordato e composto pochi anni dopo, Simone Manca riproduce anche numerosi edifici monumentali della Sardegna, dai nuraghi alle <>, dal Castello alla Cattedrale di Sassari, dal Ponte romano alla Basilica di San Gavino di Portotorres, dalle numerose vedute di Alghero alla Porta al mare di Oristano, in questi acquerelli è invece evidente l’intendimento e la cura di ritrarre l’architettura minore dell’Isola: dalle cappelle campestri ai cimiteri, dalle chiese dei nostri villaggi alle colonne con le croci giurisdizionali, dalle piccole piazze dei paesi alle tipiche case contadine.

L’immediatezza che traspare dai costumi, dalle scene e dalle vedute dell’Isola, è resa più efficace ed incisiva dalla vivezza delle frasi in lingua sarda che l’Artista ha aggiunto a <>, arrichendo così questo complesso di dipinti di un elemento veramete originale.
Questi acquerelli specchio fedele della realtà umana e del mondo circostante, sempre ritratti con estrema cura e passione, sono una testimonianza preziosa dell’ambiente rurale sardo della seconda metà del secolo XIX.

Il logudoro è il soggetto dominante delle raffigurazioni contenute nella Raccolta: questa regione, cui lo legavano le origini e gli interessi della sua famiglia era perciò da lui meglio conosciuta e, per giunta, assieme alla Barbagia, esprimeva nelle sue usanze, nei suoi costumi e nelle sue tradizioni quanto vi è di più originale e caratteristico della gente sarda; è in logudorese, oltre che in italiano, sono le frasi riportate da Simone Manca a spiegazione dei suoi acquerelli.

Tuttavia l’Autore ha inserito nella piccola Raccolta – quasi a titolo di esempio – alcuni altri disegni sull’abbigliamento popolare, sulle usanze e sugli ambienti di altre località dell’isola, dedicando a Sassari, sua città natale, forse l’acquerello più bello dell’intero insieme di dipinti.

hiunque voglia soffermarsi nell’esame di questi dipinti scoprirà sempre meglio la bellezza dei costumi sardi e la singolare varietà dell’ambiente isolano.

Questi acquerelli, dopo oltre un secolo dalla loro esecuzione, in un mondo pieno di problemi ben diversi da allora, hanno tuttavia ancora un rapporto con noi, richiamando alla nostra riflessione – con un linguaggio figurativo permeato di poesie – un passato ricco di valori positivi quali la religiosità, l’attacamento alla propria terra e alle sue tradizioni, la semplicità, la laboriosità: virtù tutte che non devono essere dimenticate dalle nuove generazioni, ma conservate e accresciute quale patrimonio prezioso che tramanda ai posteri le miglior

Costumi Sardi Tiole

Benedetto Nicola Tiole nacque a Torino il 31 ottobre 1790. Giovanissimo, nel 1806, entrò al Servizio della Francia partecipando ad alcune campagne napoleoniche. Iniziò nel 1814 la carriera militare come semplice volontario nei <> prendendo parte ad alcune campagne militari <>. Da questa scheda personale risulta che nel febbraio 1816 fu nominato Capitano effettivo nelle Regioni Armate e che nel febbraio del 1826 passò ai Carabinieri Reali, sempre con il grado di Capitano e come ufficiale dell’Arma poteva insignirsi del titolo di Cavaliere, come di fatto si firma nell’Album: <>. Nel 1835 fu decorato della Croce della Legione d’onore di Francia e terminò nel 1838 la carriera militare.
Un documento ritrovato nell’Archivio di Stato di Cagliari attesta che nel 1824 il Capitano Tiole, dipendente dal Comando di Sassari, essendo <> ad Alghero, chiese ed ottenne un periodo di convalescenza in Continente.

A differenza dei visitatori italiani e stranieri provenienti dalla terraferma, la cui permanenza nell’Isola era generalmente molto breve, il Tiole, invece, a motivo del suo ufficio potè non solamente usufruire di un lungo soggiorno in Sardegna, ma anche spostarsi di frequente per ragioni di servizio; ciò che gli permise così di visitare numerose località ove ebbe occasione di ammirare la bellezza e lvarietà dei costumi sardi.

Dall’Album sappiamo che la sua permanenza in Sardegna – salvo il periodo di convalescenza in Continente – abbraccia l’arco di un settennio; cioè a partire dall’ottobre 1819 all’ottobre 1826, come precisato dall’Autore nel frontespizio della sua opera.

Il moto latino da lui posto nella prima pagina del suo album <> rivela il suo temperamento e il suo occhio di attento osservatore. La multiforme personalità del nostro Autore è dimostrata dalla pregevole opera da lui lasciataci. Essa costituisce, infatti, non solamente una rara e fedele testimonianza delle fogge dei costumi allora in uso in Sardegna, tutti riprodotti dal vero, ma rappresentano davvero un <> in tutta l’iconografia dell’Isola per il numero di ben 175 immagini dipinte ad acquerello o a tempera dal Tiole.

Riportiamo le immagini con le didascalie da lui poste in ogni pagina iniziando la numerazione dalla prima tavola con il costume dell’uomo a cavallo.

Il Costume Tradizionale Sardo
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Sfilata di Sant’Efisio a Cagliari

Breve Storia di Sant’Efio

Costumi Tipici Sardi alla processione di Sant'Efisio a Cagliari in Sardegna
Costumi Tipici Sardi alla processione di Sant’Efisio a Cagliari

Il martire nacque alla metà del III secolo a Gerusalemme, da madre pagana e padre cristiano. Anche se educato dalla madre all’idolatria, Efisio si mostra insofferente alla dottrina. Si arruolò ufficiale dell’esercito romano forse invitato dalla madre e così fu mandato in Italia a combattere i cristiani. È infatti per questo motivo che il simulacro del santo lo ritrae in abiti militari. Durante il viaggio verso l’Italia gli si presenta una croce accompagnata da tuoni e fulmini, cadendo in uno stato di stordimento ode la voce di Gesù che gli narra il suo futuro martirio per la fede cristiana.

Cagliari, Sfilata di Sant'Efisio, Sardegna
Cagliari, Sfilata di Sant’Efisio, Sardegna

Arrivato a Gaeta viene battezzato, decide così di battersi per la fede e di sconfiggere il paganesimo. A questo punto decide di intervenire in difesa dei Cristiani della Sardegna perché viene a conoscenza delle tribù che vivono ancora immerse nel paganesimo tra i monti dell’interno. Giunto in Sardegna diffonde il Vangelo, creando presso di sé un gruppo di fedeli. Preso dal fervore della fede scrisse una lettera all’imperatore affinché si convertisse, ottenne l’effetto contrario, tanto che venne incarcerato e dovette sopportare orribili pne. Le ferite inferte sul corpo di Sant’Efisio guarirono ad opera di angeli; la notizia di questo evento miracoloso si diffuse in tutta la città con la conseguente conversione di altra gente incredula. Diocleziano, venuto a conoscenza di questo e di altri miracoli, ordina la condanna a morte del santo martire a Nora, e non a Cagliari per il timore di insurrezioni a difesa del martire.

Il Santo prima di morire chiede a Dio di proteggere il popolo Sardo dai nemici e dalle malattie, ed è per questa richiesta che nei momenti più tragici della storia cagliaritana e sarda, il popolo si è rivolto a lui affinché intercedesse presso Dio.

La Sagrae la Sfilata di Sant’Efisio

Sfilata di Sant'Efisio a Cagliari in Sardegna
Sfilata di Sant’Efisio a Cagliari in Sardegna

Oggi si continua a rendere viva la tradizione della festa in onore a Sant’Efisio con la massima onorificenza possibile. La sagra, ancora oggi organizzata dalla confraternita di Sant’Efisio con il patrocinio della municipalità della Città di Cagliari, si svolge per tre giorni a partire dal 1 Maggio per poi concludersi il 5 dello stesso mese. La processione consiste nell’accompagnare il simulacro del Santo lungo i luoghi del suo martirio avvenuto a Nora il 15 gennaio del 303, per poi tornare nella chiesa Cagliaritana intitolata al Santo, che è situata sopra una grotta tufacea, dove, si credeva, fosse stato tenuto prigioniero prima dell’esecuzione.

La festa ha inizio la mattina, verso le nove del primo maggio, il terzo guardiano, scelto dalla Confraternita, si reca a cavallo presso il palazzo civico di Cagliari situato in via Roma e preleva l’Alternos per poi condurlo alla chiesa di Sant’Efisio, in Stampace. La figura dell’Alternos è la figura centrale della festa, viene designato ogni anno dal sindaco in carica, e rappresenta la massima carica cittadina.

A mezza mattina viene officiata la messa solenne, chiamata dell’Alternos, dal parrocco di Sant’Anna, a cui partecipa il decano del capitolo della Città. Nel mentre il carradore si avvia dinnanzi alla chiesa del Santo, per preparare il mezzo che trasporta il simulacro del martire, vestito con abiti secenteschi militari.

Nelle vie di Stampace si raduna la folla dei partecipanti, molti gruppi folk provenienti da tanti paesi della Sardegna, con le caratteristiche Traccas, carri a buoi, utilizzati fino a 50 anni fa per i lavori agricoli e per il trasporto delle persone in occasione di feste; i carri hanno scenografie realizzate con coperte tessute a mano, fiori, tappeti, grano e olive, dolci di mandorle e utensili della vita contadina; queste rappresentano un grande repertorio delle tradizioni sarde, perché spesso si allestiscono tranche de vie tratti dalla vita quotidiana e ancora oggi servono per trasportare persone, vestite in costume, e viveri provenienti da altri paesi per tutta la durata della sagra.

Finita la messa si forma il corteo aperto dalle traccas, che attraversa le principali strade addobbate con petali di fiori per terra e festoni sulle finestre del centro storico cittadino; l’itinerario parte dalla chiesa del Santo e quindi dall’omonima via si snoda attraverso via Azuni, Piazza Yenne, corso Vittorio Emmanuele, via Sassari, piazza del Carmine, via Crispi, via Angioy, largo Carlo Felice ed infine via Roma, per poi prendere la strada verso Nora, passando dal ponte della Scafa. Il passaggio del Santo in via Roma è molto emozionante, soprattutto per lo squillo delle sirene del porto e per la folla che si avvicina al Santo per la richiesta di una grazia.

Di seguito alle Traccas sono disposti i gruppi folk secondo l’ordine delle province della Sardegna: Cagliari; Sassari; Oristano; Nuoro.

Sono circa settanta i gruppi, per un totale di circa 5000, che sfilano a piedi con i costumi dei paesi d’origine, in omaggio al Santo. Nella processione del 1 maggio si può conoscere il sunto delle tradizioni isolane preservandole dalla dimenticanza e dall’incuria. La cultura delle feste devozionali in onore ai Santi che, in tutta la Sardegna, si svolgono a partire da Aprile per poi proseguire durante tutta l’estate, culminano nella Sagra di Sant’Efisio, poiché, coinvolgendo così tanti paesi, rappresenta un importante evento per la conoscenza del folklore e delle tradizioni sarde oltre che un appuntamento religioso di grande rilevanza.

Dopo i gruppi folk precedono il Santo, i Cavalieri del Campidano, questi sfilano su cavalli addobbati con coccarde e rosette, e fecero la loro prima apparizione nel 1886, quando Pisa restituì le reliquie del Santo, conservate fin dall’XI secolo nel Camposanto per pericolo delle depredazioni Turche.
Seguono i Miliziani, anch’essi a cavallo, che scortano il santo con sciabole e archibugi fino al suo arrivo a Nora, nati per proteggere il santo sia dai pellegrini stessi che dai pirati; la loro presenza è attestata fin dal 1657, tant’è che ancora oggi indossano la divisa seicentesca composta di barrita rossa, corpetto rosso con bottoni dorati e asole bordate di nero, gonnellino, calzoni e gambali.

Sfila poi il terzo guardiano che porta lo stendardo dell’Arciconfraternita del Gonfalone sotto la protezione di Sant’Efisio, seguito dalla Guardiania. Il terzo guardiano viene scelto dal consiglio d’amministrazione della Confraternita per l’organizzazione della Sagra. Un tempo era una persona proveniente dalla plebe, mentre il primo e il secondo guardiano facevano parte della borghesia o della nobiltà. La Guardiania sfila con il frac nero, cilindro e fascia azzurra ai fianchi; questo è il corpo scelto dalla Confraternita che scorta il martire fino a Nora e ritorno.

Precede la Guardiania l’Alternos, che in origine rappresentava il Viceré e che oggi fa le veci del Sindaco per tutti i quattro giorni dell’evento. Vestito in frac e scortato da due mezzieri in livrea del Seicento,porta al collo il Toson d’oro onorificenza militare data al Comune di Cagliari dall’allora re di Spagna Carlo II nel 1679.

Sfila poi la Confraternita, composta oggi da circa 150 persone, in abito penitenziale, con la bandiera. Le consorelle sfilano in abiti penitenziali neri mentre gli uomini portano la mozzetta bianca e il saio azzurro sul quale spicca il grande rosario bianco.

Infine il cocchio dorato con la statua lignea di Sant’Efisio, martire soldato, addobbato con fiori e coccarde multicolori.

Dopo la processione cittadina il corteo si avvia verso Nora. Durante il cammino vengono effettuate diverse tappe. La prima è la fermata nella chiesetta di Giorgino, poi di seguito alla Maddalena Spiaggia, Su Loi, Frutti d’oro, e Villa d’Orri, in cui viene celebrata la messa solenne. La prima notte la processione si ferma a Sarroch per poi proseguire a Villa San Pietro e giungere a Nora il 2 maggio dove si celebra la messa. Il giorno successivo il simulacro del santo rimane esposto alla devozione dei fedeli nella chiesetta sulla spiaggia di Nora, in cui si officiano le messe. La mattinata viene conclusa dal pranzo offerto ai poveri dal terzo guardiano con i contributi del comune di Cagliari. A sera il Santo dopo la processione per le rovine di Nora e la spiaggia, rientra a Pula. La mattina seguente si riprende la strada del rientro verso Cagliari effettuando le stesse dell’andata. Giunto a Cagliari, riprendono i festeggiamenti fino a tarda notte nella piazzetta antistante la chiesa del Martire; il simulacro del Santo rimane esposto alla devozione dei fedeli fino al 25 Maggio.

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I Mamuthones della Sardegna

Mamoiada , maschere , carnevale - Mamuthones
Mamoiada , maschere , carnevale – Mamuthones

Nel ricchissimo panorama del folklore sardo un ruolo di primo piano occupa il carnevale. Il più famoso è il carnevale di Mamoiada, una cittadina della Barbagia di Ollolai percorsa dalla domenica al martedì di carnvevale da uno strano corteo mascherato che, in luogo dell’allegra spensieratezza altrove dispiegata dalla festa “della trasgressione” (anche se ormai ben pianificata e istituzionalizzata), suggerisce piuttosto l’idea di un rito barbaro, remoto e misterioso.

Lungo le vie di Mamoiada si snoda la processione dei mamuthones, uomini bizzarramente mascherati in modo da apparire esseri mostruosi più che creature umane. Sull’usuale abito del pastore sardo – ampia camicia, calzoni di velluto o di frustagno, gambali di cuoio e scarponi – viene indossata la mastrucca, una sorta di giacca di pecora senza maniche, col pelo verso l’esterno; dalla mastrucca pendono grossi grappoli di campanacci, che a ogni movimento del corpo emettono un suono cupo. Altro elemento essenziale del costume dei mamuthones è la maschera che nasconde ilinteramente il volto: una diabolica maschera nera di legno, tenuta ferma da appositi legacci e da un fazzoletto, su cui si calza poi il berretto basso tipico dei pastori, sa berrita.

Sfilata di Mamuthones a Mamoiada, Sardegna
Sfilata di Mamuthones a Mamoiada, Sardegna

Ma i mamuthones non sono gli unici protagonisti, anche se i più numerosi, del corteo mascherato; vi partecipano infatti anche gli issocadores, il cui costume è molto meno orrifico: su pantaloni e camicia bianchi, larghi, essi indossano un giubbetto di velluto rosso proprio dell’abbigliamento femminile (messo però al rovescio) e un drappo colorato messo in vita; il viso è scoperto e in testa il cappello è rallegrato da un sottogola colorato.
Il gruppo di maschere è composto da una ventina di persone: i mamuthones, in assoluto silenzio, avanzano a balzi, secondo un ritmo ben preciso scandito dai campanacci, seguiti dagli issocadores che, con grida selvagge, danzano e saltellano lanciando di tanto in tanto una lunga fune di cuoio (soga) che tengono fra le mani, nel tentativo di prendere al laccio le persone presenti alla sfilata (gli spettatori catturati sono costretti a offrire del vino) o i mamuthones stessi.

Danza dei Mamuthones in Sardegna
Danza dei Mamuthones in Sardegna

Delle origini sicuramente antichissime e del vero significato di questa processione – concepita e praticata in aambienti primitivi – non si hanno notizie precise, ma vi appaiono chiaramente elementi di sacralità e di magia, non dissimili da altri del più remoto mondo mediterraneo, e che si esprimono in una cerimonia con valore rituale e propiziatorio, oltre che di scongiuri contro gli spiriti maligni, costretti a fuggire dal rumore dei campanacci.

La danza di Mamuthones, Sardegna
La danza di Mamuthones, Sardegna

Una recente interpretazione, molto suggestiva anche se largamente ipotetica, connette l’attuale usanza carnevalesca con un antico rito nuragico conosciuto come “sacrificio degli anziani”, anziani che la comunità pastorale sopprime perchè ormai inabili alla transumanza delle greggi.

Carnevale di Mamoiada, Maschera di Mamuthone, Sardegna
Carnevale di Mamoiada, Maschera di Mamuthone, Sardegna

Elementi residui di questo sacrificio sarebbero le persone prese al laccio dagli issocadores, in cui si riconoscerebbero i vecchi legati e trascinati al sacrificio, il tributo del vino, che adombrerebbe l’antico esito cruento del sacrificio, e l’uso di bere abbondantemente dei giovani che partecipano alla mascherata, forse ricordo dell’ingerimento di bevande inebrianti, indispensabile per espletare un rito così crudele.

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I Mercati della Provincia di Oristano

Arborea:

La terza domenica di luglio, in occasione della festa dedicata a Cristo Redentore, viene organizzato un grande Mercato particolarmente ricco di prodotti tipici e ortofrutticoli.

Baratili San Pietro:

Durante la festa dedicata a San Salvatore, la prima settimana di agosto si svolge un Mercato di prodotti tipici e ortofrutticoli. Non mancano i punti vendita dedicati alla Vernaccia, il vino più famoso dell’oristanese.

Ollastra Simaxis:

Il 25 aprile, durante i festeggiamenti di San Marco, si svolge un Mercato di prodotti ortofrutticoli.

Paulilatino:

Il 22 luglio, in occasione dei festeggiamenti dedicati a Santa Maria Maddalena, si tiene un Mercato di prodotti tipici

Santulussurgiu:

Bei primi giorni di giugno mentre si svolge la Fiera Regionale del Cavallo e viene organizzata una Mostra dell’Artigianato, si tiene anche un Mercato di prodotti agricoli.

Tresnuraghes:

Nella seconda metà di agosto durante la Sagra della Malvasia, si ha il Mercato del vino; il più importante di tutto l’Oristanese..

Siamanna:

Il 22 agosto durante i festeggiamenti per Santa Lucia, si organizza un Mercato nel quale si potranno acquistare uva, vino e soprattutto formaggi locali.

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I Mercati della Provincia di Nuoro

Desulo:

In occasione della manifestazione La montagna produce, non bisogna perdere il Mercato di prodotti tipici, come ad esempio i funghi, le castagne e i salumi.

Meana Sarda:

L’ultima domenica di giugno viene organizzato un mercato di prodotti tipici.

Nuoro:

Il Mercato settimanale viene organizzato ogni venerdì, in piazza Santa Barbara. In questo mercato si possono acquistare degli ottimi prodotti locali, come il pane carasau, la salsiccia di cinghiale, la ricotta fresca e tanti altri prodotti.
In novembre i buongustai possono assagiare il sanguinaccio cotto dentro lo stomaco dell’agnello, insaporito con menta, formaggio grattugiato, carasau e un pò di strutto, fatto bollire per un quarto d’ora e poi spalmato sul pane.

Orosei:

In concomitanza della sagra delle pesche nel mese di agosto si tiene il Mercato dei prodotti ortofrutticoli.

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I Mercati della Provincia di Cagliari

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Cagliari:

Il Mercato di San Benedetto, dove possiamo trovare, al piano terreno, del freschissimo pesce: anguille, muggini, orate, bottarga, ecc, mentre al primo piano abbiamo capretti, maialetti da latte, pecorino, salsicce, carciofi, finocchi, asparagi, ec
Ogni domenica, nel rione castello, si tiene un mercatino delle pulci.
Nella seconda metà di dicembre, ogni anno, si svolge, in via Diaz 221, la Fiera di Natale, un’importante Mostra-mecato che presenta un’ampia rassegna di lavori d’artigianato e di prodotti alimentari e vinicoli di tutta l’isola.

Carbonia:

Durante l’estate, la sera, dalle ore ventuno, mentre d’inverno solo il mattino, l’ultima domenica del mese in via Manno si svolge un mercatino delle pulci.
Nel mese di dicembre si svolge una Mostra-mercato di coltelli e lame chiamata “I Taglianti”.

Castiadas:

Nei primi quindici giorni di agosto troviamo un grande Mercato dell’Artigianato e del comparto agro-alimentare e artistico del Sarrabus Gerrei.

Decimomannu:

Nelle ultime due settimane di giugno si tiene il Mercato del floro-vivaismo e dell’agro-alimentare.

Dolianova:

Nelle due ultime settimane di dicembre viene organizzato un Mercato dei prodotti tipici della zona del Parteolla

Gonnosfanadiga:

Nelle ultime due settimane di novembre si svolge l’annuale mercato dell’olio d’oliva.

Guspini:

Durante il mese di maggio, in occasione della Festa della Campagna, viene organizzato un Mercato delle attrezzature agricole e zootecniche.
Nelle due ultime settimane di dicembre si tiene la Fiera di Natale, che prevede anche la festa del torrone guspinese.

Iglesias:

Il primo sabato di ogni mese dalle 9.30 alle 20.30, in piazza Lamarmora viene organizzata una Mostra-mercato di scambio dell’antiquariato, del collezionismo e dell’oggettistica.
La seconda domenica di ogni mese, nella stessa piazza, si svolge il mercatino del fai da te e dell’antiquariato. In estate è aperto dalle 17.00 alle 23.00; in inverno dalle 7.30 alle 13.00
Nelle prime due settimane di luglio viene organizzata una Fiera-mercato dell’artigianato del Sulcis Iglesiente.

Monastir:

Nelle ultime due settimane di dicembreviene organizzata Monastir produce, interessante Mostra-mercato di prodotti locali.

Quartu Sant’Elena:

La seconda domenica di ogni mese, in piazza Municipio e in via Eligio Porcu, dalle 9.00 alle 20.00, si tiene un’interessante Mercato con scambio di oggettistica.

Sarroch:

I primi quindici giorni di ottobre troviamo il Mercato delle olive e delle erbe

Sinnai:

Nei primi giorni del mese di settembre viene organizzato Sud-est produce, Mercato di prodotti tipici.

Villacidro:

La terza domenica del mese i giardini pubblici, dalle 8.00 alle 13.00, si animano per la presenza del mercatino dell’usato.

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I Mercati della Provincia di Sassari e di Olbia

Alghero:

Alla fine di agosto nel corso della Fiera del Folclore, viene organizzato un Mercato di prodotti tipici.

Olbia:

In aprile si svolge la Fiera della Gallura, con Mercato di prodotti tipici.

Ozieri:

Nel mese di aprile si svolge un importante Mercato di prodotti della zootecnica e agro-alimentari

Santa Teresa di Gallura:

In giugno, durante la rassegna Sardegna in vetrina, vengono organizzati mercati di prodotti tipici.

Sassari:

A Sassari la cucina sarda si sposa con le tradizoni genovesi, pisane e catalane, dando vita a piatti prelibati. Come le lumache, le formagelle, amaretti, pane all’uva e tante altre cose puoi trovare nel Mercato di largo Pescheria.

Tempio Pausania:

Durante il carnevale viene organizzato un grande Mercato di prodotti tipici del Limbara.

Uri:

Nei primi dieci giorni di gennaio e nei primi di marzo, durante le sagre del Carciofo, si organizzano mercati ortofrutticoli.

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Il Gusto di Sardegna: piatti tradizionali sardi

Chiunque e’ interessato ad un alimento “organico„ sarà per lui semplice trovarlo qui, sia la carne naturalmente allevata (da ricordare il maiale lattante in gergo “Porcheddu”), le verdure (da provare il cuore del “carciofo spinoso” condito con olio e sale) e la frutta fresca raccolta la mattina stessa.

Gli oli di qualità (le olive), i formaggi (il pecorino, il fiore sardo) ed i piatti inevitabilmente stagionali, la pasta (malloreddus), elemento fondamentale nella cucina sarda, i piatti a base di pesce fresco che abbondano sul litorale (come le aragoste che ad Alghero e Castelsardo sono notevoli).

Ha uva notevole importanza il Cannonau (vino rosso), il Vermentino (vino bianco e asciutto) e il Moscato un vino dolce e squisito per l’aperitivo. Si possono acquistare inbottigliati al supermarket o gradire quelli locali acquistandoli direttamente nelle “enoteche„ locali. Alla fine del vostro pasto sardo potrete includere un “digestivo” tipico: il mirto o filuferru.

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Il Carnevale Di Orotelli “Thurpos”

Usanze orotellesi per il Carnevale.

Siamo già a Carnevale e tanti bambini e ragazzi, ogni domenica, si mascherano. A Orotelli, c’è una maschera che non c’è in altri paesi: coloro che la mettono si chiamano “sos thurpos”. Essi indossano “su gabbanu”, hanno i pantaloni “a s’isporta”, di velluto, e una giacca, pure di velluto. Hanno i gambali e gli scarponi di suola cruda: sotto gli scarponi hanno “sas bullittas” che sono dei chiodi grossi messi per non consumare la gomma, che, però, durante il movimento, fanno molto rumore. A tracolla “sos thurpos” hanno una cinta di pelle con, attaccati, dei campanacci. In faccia hanno “su tintieddu”, per scacciare, si dice, gli spiriti maligni. “Sos thurpos” escono di casa a tre a tre, due avanti e uno dietro: quelli davanti fanno da buoi e quello di dietro è il contadino. Per il Carnevale le donne preparano le “sevade” col formaggio fresco. Si impasta la farina, la si lavora bene col matterello, si fa la sfoglia e, in mezzo, si mette il formaggio. Poi, si friggono con l’olio. Si preparano anche “sas orulettes”, “sas càttasa” e “sas casadinasa”.
“Sos Thurpos” sono anzitutto delle maschere uniche nel panorama carnevalesco isolano in quanto a differenza de “sos mammuthones” e “de sos issocadores” non dovrebbero rappresentare la violenza della soprafazione del forte sul debole, del vincitore sul vinto, del padrone sul servo, ma l’ambivalenza della figura bue-contadino – “Voe-massaju”. La simbologia rituale “de sos thurpos” dovrebbe esprimere l’interconnessione fra il produttore (su massaju), che non è in questo caso colui che combina i fattori della produzione come s’intende nell’economia moderna, ma colui che produce, ed il mezzo di produzione stesso (sos boes o si jù o sa cropa) – il giogo. In altre parole dovrebbe rappresentare l’indissolubile rapporto fra “su massaju o voinarzu o juarzu” e “sos boes o su jù o sacropa”, raffigurato da “sos reinacros” – le funi, cordoni ombelicali che legano il contadino al giogo e viceversa. Interdipendenza assoluta, quindi, in quanto se è vero che “sos boes su jù o sa cropa”, ubbidiscono a “su massaju o voinarzu o juarzu” armato di “foette” o di “puntorzu”, in modo cieco “thurpu”, assoluto; è altresì indiscutibile il fatto che su “Massaju” accudisce, con amorevole attenzione “su jù” preparandogli succulente “proendas” con farina d’orzo o con tenere pale di ficodindia sarda, in quanto rappresenta nel reale, come unico e indispensabile mezzo di produzione, “sas armas de sa gherra”, la sua stessa sopravvivenza. Questo potrebbe essere spiegato dal fatto, sia “sos thurpos” legati al giogo “thurpos-jù” che “sos thurpos voinarzos” hanno la stessa identica tragica maschera: un gabbano di orbace, nero, col cappuccio calato sugli occhi il viso “thinthieddau” – coperto di fuligine e, posta a mò di bandoliera, una striscia di pelle alla quale vengono appesi alcuni campanacci. Assieme, in collaborazione cioč, “tenene” – catturano “sos iscarazzados” – i non mascherati. A mio avviso il rito propiziatorio dovrebbe essere espresso proprio da “sa tenta” – la cattura. “Su massaju e su jù”, uniti, nel lavoro dei campi, nella fatica e nella sofferenza espressa mimicamente con l’atto di “forrare, muliare, carchidare” – battere il terreno con le zampe anteriori, muggire, scalciare, invitando da bere, mescendo dalla loro “burratza” – borraccia, i presenti, che dovrebbero rappresentare gli elementi della natura, da accattivare con un gesto di gentilezza. All’improvviso come “puntos dae sa musica” – punti da una mosca, catturano “un iscaratzadu”, dal quale, nel bar “in su tzilleri” pretendono l’invito “su cumbidu”. “S’iscaratzadu” dovrebbe rappresentare “s’annada ona” – la buona annata. Questa reagisce, scalcia, si ribella alla cattura e allora partono bòtte da orbi “iscuden che thurpos”, a rappresentare la lotta quotidiana del contadino-bue, con gli elementi avversi della natura. Al termine della lotta “sos thurpos”, fanno fare a “s’iscaratzadu”, assieme a loro, tre o quattro salti in verticale rigida, simile ai passi degli animali domestici (buoi, cavalli, asini) “travados” o “tropeidos” – impastoiati. Alcuni sostengono che “sos thurpos” siano un esempio “lampante” di teatralità ludica e a dimostrazione di questo, invece di rifarsi a fedeli testimonianze, hanno introdotto ex novo le figure de “sos thurpos-aradu” e de “su thurpu-seminatore”; che rappresenterebbero comunque, a mio avviso, qualora fosse vera questa ipotesi una limitata fase del processo produttivo contadino: l’aratura e la semina. Poiché sono esclusi in questo caso dal rito “su thurpu-tzapitatore” – il sarchiatore, “su thurpu-messadore” – il mietitore, “su thurpu-triuladore” – il trebbiatore, mai esistiti nel rituale, come l prime accennate, direi che è forse azzardato parlare di teatralità ludica. Parlerei, invece, di teatralità tragica. Almeno che non si dimostri che nelle società contadine rivesta maggiore importanza l’aratura e la semina rispetto al raccolto. E’ quest’ultimo semmai che rappresenta il risultato più importante delle fatiche e delle speranze de su “massaju” – del contadino.

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